Basta che funzioni
Posted on | dicembre 22, 2009 | No Comments
Un ottimo bigliettino augurale da spedire a un sacco di gente.
Ma qual è il significato di tutto? Niente, zero, nulla. Tutto finisce in niente. Anche se non mancano gli idioti farfuglianti. Non parlo di me, io una visione ce l’ho. Sto parlando di voi, dei vostri amici, dei vostri colleghi, dei vostri giornali, della tv. Tutti molto felici di fare chiacchiere, completamente disinformati. Morale, scienza, religione, politica, sport, amore, i vostri investimenti, i vostri figli, la salute… Cazzo, se devo mangiare nove porzioni di frutta e verdura al giorno per vivere non voglio vivere! Io detesto la frutta e la verdura. E i vostri Omega 3, e il tapis roulant, e l’elettrocardiogramma, e la mammografia, e la risonanza pelvica, e.. ommioddio, la colonscopia! E con tutto ciò arriva sempre il giorno in cui vi ficcano in una scatola. E avanti con un’altra generazione di idioti, i quali vi diranno tutto sulla vita, e decideranno per voi quello che è appropriato.
Mio padre si è suicidato perché i giornali del mattino lo deprimevano. E lo potete biasimare? Con l’orrore, e la corruzione, e l’ignoranza, e la povertà, e i genocidi, e l’Aids, e il riscaldamento globale, e il terrorismo, e quegli idioti dei valori della famiglia, e quei maniaci della armi! L’orrore, dice Kurtz alla fine di Cuore di tenebra. L’orrore. E, beato lui, non distribuivano il Times nella giungla. Sennò l’avrebbe visto l’orrore. Ma che si può fare? Leggete di qualche massacro nel Darfur, o di uno scuolabus fatto esplodere, e attaccate: “Oh mio Dio, l’orrore”. E poi girate pagina e finite le vostre uova di galline ruspanti. Perché tanto che si può fare? Si è sopraffatti.
Anch’io ho tentato di suicidarmi. Ovviamente non ha funzionato. Ma perché mai volete sentire queste cose? Cristo, avete già i vostri di problemi. Sono sicuro che siete ossessionati da un gran numero di tristi speranze e sogni. Dalle vostre prevedibilmente insoddisfacenti vite amorose. Dai vostri falliti affari. Ah, se solo avessi comprato quelle azioni. Se soo avessi comprato quella casa anni fa. Se solo ci avessi provato con quella donna… Se questo, se quello… Sapete una cosa? Risparmiatemi i vostri “avrei potuto” o “avrei dovuto”. Come mia madre diceva sempre: se mia nonna avesse le ruote sarebbe una carrozza. Mia madre le ruote non le aveva: aveva le vene varicose. Eppure la signora ha partorito una mente brillante: mi hanno preso in considerazione per il Nobel per la fisica. Non l’ho ottenuto, però si sa: è tutta politica, come ogni altra finta onorificenza. Detto tra noi? Non crediate che io sia amareggiato per qualche batosta personale. Per gli standard di una insensata e barbarica civiltà sono stato piuttosto fortunato. Ho sposato una bella donna che ricca di famiglia. Per anni abbiamo vissuto a Big Man place. Insegnavo alla Columbia: teoria delle stringhe.
La provincia che non c’è (ma ci sarà)
Posted on | dicembre 18, 2009 | 4 Comments
Mi fa piacere dirvi che Giacosa, Cervella, Bogliacino e Busato hanno unito le loro stanche membra per metter su un progetto:
Si chiamerà Provinciadialba. E ora vi raccontiamo perché l’abbiamo inventato.
1) Perché non esiste, la provincia di Alba. E non esistono nemmeno voci come questa: in provincia tutti conoscono tutti. Sapete come funziona nei posti piccini picciò: se vuoi stare tranquillo (lavorare tranquillo, vivere tranquillo, morire tranquillo) devi intessere rapporti sociali basati sulla reciproca convenienza. Dire le cose può essere un problema se vivi e lavori qui: lo è se tieni famiglia, ma anche solo se tieni un’attività professionale che rende e non vuoi rinunciare ai benefici restringendo la clientela, le conoscenze interessate, le amicizie utili.
2) Perché abbiamo un vantaggio non da poco rispetto a tutti gli altri settimanali-mensili-periodici-fogli-riviste locali: noi non dipendiamo dalla gente della nostra terra. Chi di noi è pagato per scrivere e per andare in tivù è così fortunato da non avere legami economici con la sua zona d’origine. Ecco perché sui giornali locali – almeno qui – è difficilissimo trattare argomenti ostici: meglio lasciar perdere, meglio non rischiare di dover rinunciare a un cliente, meglio non farsi nemici. Noi non abbiamo clienti. Non chiediamo e non concediamo favori. E non vogliamo neanche farci dei nemici ma non abbiamo bisogno degli assessori, dei consiglieri, degli amministratori di azienda, dei commercianti, degli artigiani, dei politici locali, dei costruttori, dei produttori di vino, delle associazioni, del Rotary, dei Lions, delle fondazioni. Quindi, se capita, possiamo parlare di un direttore di banca senza temere che ci tagli il mutuo. Di un dirigente, senza dovergli poi raccomandare il nostro curriculum o quello di un nostro parente. O raccontarvi quello che fa il sindaco, e pazienza se è il sindaco e sarebbe meglio non dire niente.
3) Perché possiamo dare notizie senza timore che ci tolgano pubblicità: la pubblicità, qui, non la facciamo. Anzi: a volte la faremo, ma gratis. Incredibile, eh? Se, come e quando la vorremo. Decideremo noi chi si sarà meritato la nostra attenzione. Sicuramente non chi ci avrà offerto dei soldi per apparire: quello è un mestiere che lasciamo volentieri a certa stampa locale, che peraltro lo sa fare benissimo. Ma vi assicuriamo che c’è gente che merita, e di cui non parla nessuno solo perché non paga. Così come c’è gente che non merita ma di cui parlano (benissimo, è ovvio) tutti quelli che vengono pagati per farlo.
4) Perché non ci interessa il lavoro di cronisti locali (altrimenti saremmo rimasti qui a farlo, no?), la cronachetta spicciola ci fa sbadigliare. Non sappiamo quando né quanto scriveremo. Però siamo legati alla nostra terra natale: le storie e i personaggi anche in provincia non mancano, nel bene e nel male: c’è gente onesta che ha delle grandi idee, gente che dà ancora un valore alla parola passione, addirittura più che alla parola euro. Gente che crede nella cultura (vera) e la difende. Gente che non ha paura nel condurre le sue battaglie, gente che ha scelto di vivere nel piccolo ma che ha una testa grande così. Basta saperla trovare e non avere timori di effetti collaterali. La provincia è un’ottima misura per scrivere in libertà. Non conteremo i raduni degli alpini e non andremo a intervistare la gente ‘in vista’ inginocchiandoci perché non ci interessa e non abbiamo tempo né voglia di fare un giornale. Ricordiamo, però, che nel nostro liceo classico Govone Fenoglio ci insegnarono come i valori sia più facile trovarli nei discorsi di Seneca che in quelli di Sandro Bondi. Che appartenere alla categoria sociale dei clientes non sia esattamente qualcosa di cui vantarsi. Che provinciale troppo spesso significa con ipocrita. Che il nostro è uno dei posti più belli in Italia, sì, ma non è il centro del mondo.
5) E poi perché Provinciadialba è un dream team. Ebbene sì, abbiamo anche noi dei difetti: a volte ci manca l’umiltà. E ci divertiamo da morire, a scrivere dei nostri posti.
Quindi, dal prossimo anno, qui leggerete unicamente i soliti sproloquii di respiro generale. Per tutto il resto ci ritroveremo là!
Xè peso el tacon del bùso
Posted on | dicembre 9, 2009 | 3 Comments

Un recente volantino del Nucleo Armato degli Autisti di navetta trotzkisti, braccio armato della lobby rivoluzionaria piemontese
Ormai è evidente: i comunisti hanno preso d’assalto anche l’agenzia nazionale di stampa ANSA. Leggete questo lancio di oggi, mercoledì 9 dicembre, ore 13:33.
(ANSA) – SAVIGLIANO (CUNEO), 9 DIC – Quando il rimedio può essere peggiore del male: così devono aver pensato prima i carabinieri e poi i genitori dei sette giovani che, per evitare di correre rischi alla guida del proprio mezzo nel ritorno a casa del dopo discoteca, si erano affidati domenica notte ad un pulmino con tanto di autista professionale, un 55enne di Bagnolo Piemonte. L’autista, controllato dai militari mentre stava viaggiando verso Barge proveniente dalla discoteca Evita di Cavallermaggiore, è stato trovato col tasso alcolico superiore al minimo consentito: ovvero compreso fra 1,58 e 1,63 g/l. È stato denunciato, gli sono state sequestrati patente e pulmino, mentre i sette giovani sono stati recuperati dai rispettivi genitori nel cuore della notte. (ANSA).
Questo è senz’altro un complotto, una subdola macchinazione della disinformatija trotzkista. L’ANSA ha imbottito di alcol (più di tre volte il limite di legge: cosa gli avranno dato, un pintone di Soave Zonin?) un complice disposto a immolarsi per la causa e lo ha mandato proprio nella discoteca di proprietà della famiglia del consigliere regionale Toselli (lo stesso che sta raccogliendo firme per le navette e, a quanto pare, anche le Limousine pagate dalla regione utili a riportare a casa gli ubriaconi del sabato sera).
Sia come sia, è d’uopo una reazione a questo disgustoso tentativo di infangare un’iniziativa buona e giusta.
Ecco perché siamo qui a lanciare una petizione: DICIAMO NO AGLI AUTISTI DI NAVETTA TROTZKISTI! Mi raccomando, è importante firmare. Appena raggiunte le 10.000 adesioni andrò personalmente al palazzo della Regione a presentarle alla kompagna presidente Bresso.
Mandrie
Posted on | novembre 30, 2009 | 23 Comments
La coda inizia nel corso, quasi un chilometro prima. All’entrata, parcheggiatori sorridenti con pettorina gialla fluo: spiace, posteggio esaurito. La transumanza del popolo della spesa è ineluttabile, è la Messa di Natale, è la visita (l’unica dell’anno) del parroco per la benedizione delle case e la raccolta dell’obolo. Non si salta, punto e basta. Sta per aprire un nuovo centro commerciale. Si aggiunge al Famila, al Maxi Sconto, al GS Carrefour, al Basko, al Lidl, alla Cooperativa dei lavoratori, all’In’s, al Supermercato Standa, al Bennet, al Conad Leclerc, alle Gallerie: chisseneimporta. Con caterve di punti vendita, iper, super, maxi, megamercati già installati nel piccolo centro di Alba - trentamila anime nel basso Piemonte col reddito pro capite tra i più alti della Repubblica - o nelle immediate vicinanze c’è ancora spazio per una chiesa in più. Pazienza se i capannoni-mostro insidiano un territorio magnificato per le bellezze naturali e le prelibatezze culinarie: al diavolo il negozietto, quello serve per far aprire il portafoglio ai turisti. La gente, anche qui, vuol far lo spesone col tre per due. Comprare pomodori marocchini, yogurt sardo, formaggi danesi, raccogliere per prima le offerte.
E ingozzarsi a ufo, soprattutto: tre delle quattro persone che sento parlare entrando e sulle scale mobili stanno facendo riferimento, in un modo o nell’altro, a “là dove danno da mangiare”. Cioè al primo piano del Big Store (negozio grande: in italiano sa di sfiga, detto in inglese no), ultima creazione in omaggio alla manìa modernista delle provviste in caso di conflitto nucleare. La gran parte delle famiglie ha un piccolo ipermercato a casa, con frigoriferi e freezer e dispense che sfamerebbero otto bocche, volendo, per mesi. Ma continua a comprare. Motivi sempre validi? C’è il 4×2 sulle scatole di tonno al naturale da otto etti. La maionese più scrausa costa un euro e venti al chilo, solo fino al 4 dicembre però. Poi passa a uno e settanta. Oggi danno le orate a metà prezzo. Domani, invece, gli ultimi cento servizi di posate di acciaio marca Leone col 20% di sconto.
Sono le dieci e un quarto: i primi quindici minuti di vita del Big Store. Davanti alle casse dell’ipermercato, i negozi. Una parafarmacia, un bar-ristorante, Jean Louis David, Spa gioielli, una lavanderia, abbigliamento per bambini. A lato, la ressa: c’è da aggiudicarsi la carta fedeltà del Big Store prima di iniziare la spesona. Senza, addio vantaggi (e addio studio gratuito delle vendite e delle abitudini per il Big Store). “C’è la televisione”, dice un signore anziano scorgendo un cameraman di Telecupole. Si vede che è un momento importante. E un pannello a muro spiega che, in sostanza, dovremmo quasi ringraziare il centro commerciale per essere sorto qui: hanno sistemato 6200 metri quadrati di verde, usato “colori ocra, marrone, verde rame e verde prato che si intonano con l’ambiente circostante” (non citato il grigio cemento del palazzone: quello si intona col cielo di Alba da quando è più trafficata del grande raccordo anulare). Hanno montato pannelli solari, frigoriferi a basso consumo, speso legno riciclato, isolanti efficienti, lampade a risparmio energetico.
Sporta di plastica e via per le corsie. Sembra di essere in fila ai Musei Vaticani. Riesco a scansare - caso più unico che raro - la torta di panna offerta come omaggio di benvenuto. Un ragazzone sta scaricando un bancale di acqua naturale nel carrello. Al reparto frutta e verdura ci sono le pesatrici, tre ragazze che aiutano la gente a servirsi (e, magari, a non premere il tasto “aglio” quando hanno messo nel sacchetto sei etti di radicchio trevigiano). Al banco del pesce è impossibile avvicinarsi: conto sei file di clienti in attesa. Un responsabile del centro, cortese ma ancor più incuriosito, mi pizzica non appena immortalo le pere Williams (si scrivono con l’apostrofo, qui: William’s): “Scusi, guardi che non si può fotografare niente qui”. Motivo? “Contro la legge”. Quale legge, chiedo? Ehm. “No vabbè, però c’è il cartello… Lo mettono tutti… Sa la concorrenza viene qui…” Si allontana col dubbio: chi l’ha mandata, la spia all’inaugurazione?
Alla cassa veloce, massimo dieci pezzi, la signora davanti a me ha scorte per un battaglione. Sei bottiglie di olio. Dodici pacchi di spaghetti. “In offerta”, mi confida, forse perché si accorge che li sto contando, e pare andarne fiera. Le faccio presente che è la cassa veloce: smette subito di sorridermi, controlla, poi gira il carrellone e, con sforzo estremo, fa inversione a U e se ne va, stizzita. Pago la mia bottiglia d’acqua e il detersivo per piatti a Selene, una ragazza molto timida e molto a disagio, soprattutto perché le fiata sul collo un’altra ragazza, imbronciata e piglio da prof (di quelle che finiscono citate sui muri dei bagni con epiteti da lupanare), che controlla ogni suo movimento, tasto battuto sul registratore di cassa, resto dato, borsa consegnata. Ogni tanto le fa dei segni, senza aprir bocca.
Uscendo, lancio un’occhiata agli altri negozi. Uno spazio è aperto, sembra una sala giochi. Si chiama Ticket Time: “gioca e vinci con i gettoni della spesa”. Oh: nulla si crea, nulla si distrugge. Forse il premio è un buono per rientrare e fare dell’altra spesa, chi lo sa. Macchinette luccicose elargiscono scontrini a nastro rosso, l’atmosfera è da simil-casinò con addetto in camicia bianca e cravatta nera. Clienti coi carrelloni ficcano gettoni nelle pance delle macchine, cliccano, aspettano. Rimettono gettone, ricliccano, aspettano. A volte vincono.
Aiuto.









