ilBranco

dal 1995 la sregolatezza senza il genio

Dormono sulla collina

Posted on | aprile 21, 2006 | 1 Comment

questa pagina parla di persone che non ci sono più, quindi se siete di quelli che si toccano o fanno le corna o cercano una barra di ferro o di quelli che si ritengono più intelligenti di quelli che fanno le corna però dicono “ma dobbiamo proprio parlare di morti” che invece è esattamente come toccare ferro anzi pure peggio, allora non leggete.

l’altra sera pensavo mentre tornavo a casa che lo scorso anno sono morte tante persone che conoscevo. poi però mi sono accorto che alcune di loro in realtà sono morte già due o tre anni fa, ma a volte non capisco perché però mi capita di pensare a una persona e poi di ricordarmi che non c’è più e ogni volta ci rimango male quasi come se non l’avessi saputo fino a quel momento, come se ogni volta mi dicessero “guarda che è morto non lo sapevi?”
una di quelle persone è la signora tricarico, io la chiamavo signoratricarico tutto attaccato anche se in realtà si chiamava rosaria di nome e grasso di cognome ma da sposata faceva tricarico. abitava al piano di sopra ed è morta nel 2001, trac: tre mesi, ammalata e morta, prima stava da dio e non aveva mai avuto niente. a volte scendo le scale e giuro che mi sembra di sentirla scendere pure lei, e allora accelero il passo perché dico no, adesso mi ferma e mi chiede “dove vai, cosa fai, io invece vado in cantina a prendere il sugo che oggi viene a pranzo valentina” (che è sua nipote per fortuna ancora viva). lei era della basilicata e infatti mi faceva morire dal ridere il suo cognome quando ero piccolo e però era gentile, a volte mi trascinava in casa e mi faceva delle teglie di pizza grosse così. poi quando tornava dalle vacanze in basilicata mi portava una specie di pecorino del suo paese, san mauro forte, ma specificava che era per me, non per mia sorella perché io ero il figlio maschio e a me veniva da ridere e a mia mamma pure, a mia sorella non so. una volta l’ho registrata di nascosto mentre parlava con mia mamma, poi la riascoltavo e ridevo a crepapelle. ci ha lasciato tanto di quell’origano in barattolo che ancora oggi vado ad annusarlo e mi viene un po’ male e un po’ da ridere.

poi mi è venuto in mente gabriele, che aveva la mia età ma è morto a ventidue perché è uscito di strada con la macchina. oggi forse non sarebbe successo perché lì hanno messo un guard rail. da ragazzini giocavamo insieme, una volta mi ha mezzo fregato la ragazza perché era bello, ma tanto più di me. una sera, anni dopo l’incidente, ero negli spogliatoi di una palestra e un suo parente diceva “pensa che una volta un tipo mi ha visto e mi ha detto toh! ma allora sei vivo pensavo che fossi morto tu” e a me è venuto da piangere e ho finto di cercare una cosa nella borsa per non farmi vedere ma non potevo piangere proprio lì davanti a tutti, poi pensavo che se non piangeva lui mentre lo raccontava che titolo avevo io per farlo e poi come mi permettevo di pensare certe cose? adesso è al cimitero vicino a mio nonno quando andavo lo guardavo sempre e pensavo che non aveva avuto tempo per fare niente e che lo trattavano tutti come un pirla e che magari effettivamente non era un genio ma una fine così è atroce e non è giusto, si meritava tanto di più anche se studiare non ne aveva voglia e lavorare nemmeno tanta chissenefrega, ora a me iniziano a venire i capelli bianchi e lui è morto che nemmeno ha visto il Duemila.
il cane che aveva sua nonna puzzava da far schifo e non so con che coraggio lo tenessero in casa, che la casa era bella. è morto anche il cane e la nonna è morta pure lei, mi ricordo che mi salutava dal balcone e che i vicini di casa la chiamavano il carabiniere perché era severa.

mio nonno (ne avevo due, come tutti, ma quello paterno l’ho visto pochissimo anche se secondo me era simpatico) era un mito perché aveva 85 anni e una panda trenta rossa con le gomme lisce e andava da alba a ceva che non è vicina per cercare i funghi. giocava alla bocciofila fino alle due del mattino. gli è presa la cirrosi epatica perché per settant’anni ha tirato giù vino e amari tutti i santi giorni, ma non è che fosse ciucco a fine giornata, è che alla lunga ai bevitori capita che il fegato non lavori più. poi dicono che bere fa male e infatti lui è morto proprio male ma fino a qualche mese prima era sano come un pesce e si è fatto tutta la sua vita e negli anni ‘50 andava allo stadio a vedere la juve, ha visto la resistenza nelle langhe e tutto il resto, il boom economico eccetera. ha smesso di vivere che andava verso i novanta, gli piaceva mangiare tuma e salame col fiasco di bianco, ha fumato per 50 anni. il prossimo che mi dice che se non avesse fumato e bevuto avrebbe tirato fino ai cent’anni gli tiro una centra in faccia perché si è divertito e se li è goduti tutti quei bicchieri di vinaccio da tremila lire i due litri, si chiamava gotto d’oro (che però a lui piaceva) e il salame che a volte era un po’ rancido perché lo teneva al caldo e il formaggio e le bocce che gliele aveva regalate un professionista degli anni ‘30 che si chiamava Otello e tutto il resto.

un altro che per me non è morto ma invece è morto è armando brasca, il capo degli scout di alba, che mi chiamava ‘ciao crem’ perché avevo i capelli a spazzola come quello della pubblicità tanti anni fa. a lui piacevano i trenini vecchi e ci portava a volte in svizzera con gli scout ma poi in realtà era mezza una scusa perché lui voleva fermarsi in tutte le stazioni per vedere i treni. faceva un sacco di scherzi e mi piaceva da morire la cinepresa che aveva faceva un sacco di filmati nei campi estivi e poi li guardavamo a volte a casa mia. aveva un tic al collo che mi faceva ridere e girava sempre per alba con un motorino scassato: era grasso e a volte quando lo incrociavo lo seguivo con lo sguardo e non capivo come facesse a stare in equilibrio anche perché il tic al collo ce l’aveva anche quando guidava. portava t-shirt sottilissime gialle e di altri colori improbabili. un giorno mia mamma mi disse che era morto di infarto davanti alla tv. a volte lo sento arrivare col motorino nel viale ma poi penso che non può essere lui perché è morto.

invece il mio prof di educazione tecnica delle medie è morto nel novantaquattro, tutti lo chiamavano principato anche perché di cognome faceva proprio principato. antonino, di nome. non aveva voglia di fare scuola e si vestiva veramente da barotto, con i giacchetti beige anni settanta e si pettinava con la leccata di bue. quando spiegava si ficcava le dita nel naso, aveva un naso enorme e la voce ovviamente nasale. è morto in un modo che ancora adesso quando mi capita di andare al cimitero lo guardo in foto e vorrei scavare per chiedergli scusa, ma si può morire così? insomma in poche parole è andata che mangiava a tavola con la famiglia è gli è andato di traverso un pezzo di bistecca, i suoi parenti non sapevano cosa fare che con un pugno nel diaframma chissà lo salvavano, e lui invece è morto.

poi mi ricordo del ragazzo che lavorava qui vicino a casa mia in carrozzeria e che è morto con la fidanzata chiuso in garage con l’auto del papà accesa, si vede che non ha pensato che se la tieni accesa poi muori per il monossido di carbonio e quel pomeriggio stavo male come un cane a pensare all’idea che era morto e dicevo ma come fa uno che fa quel lavoro a morire così.

è morto gipì, il capo storico dei lupetti, che era sordo e un po’ noioso ma sapevo che aveva fatto tante cose e sofferto tanto perché suo figlio era morto da ragazzino, è morta fernanda l’amica della mamma che l’hanno trovata dopo due giorni in casa e viveva da sola e due giorni prima di morire le avevo detto al telefono che mamma era uscita e che l’avrei fatta richiamare poi è morta.

invece una volta sono andato a pisa con dei miei amici, anzi con mek e spartaco e otto+ per la precisione, eravamo solo noi quattro. al ritorno mi fermo per accompagnare dalla stazione dei treni otto+, che abitava vicino a casa mia, e scendendo dall’auto di mammà perdo il portafoglio. nel pomeriggio mi chiama a casa un signore che parlava solo piemontese e mi dice che ha trovato il portafoglio, scopro che abita vicino a me e vado subito con mammà e una scatola di ferrero rocher. mi dice di suonare a ‘capra’, che lui si chiama capra di cognome e ‘genio’ cioè eugenio di nome. entro in casa e mi fa conoscere sua moglie che aveva l’artrite deformante credo si chiami, e scopriamo che conoscevano i miei nonni materni. dice che i cioccolatini non li vuole perché non è giusto visto che il portafoglio non era suo e che si è messo a fare numeri a caso per trovare casa mia e meno male che l’ha trovata presto. poi mi fa vedere le piante sul balcone, gli piace fare innesti e sta venendo su un bel limone. niente, succede che vado a casa e penso ma tu guarda che coppia, lei malata e lui che l’accudisce e poi c’è gente buona ancora in giro che bello. ero proprio contento. l’anno dopo mia nonna dice che di notte genio ha avuto un malore ed è morto. poi qualche settimana dopo muore anche lei, forse di dolore o forse no, ma penso che non è un caso anche se di solito ste cose io non le dico. avevo una rabbia addosso che mi sarei buttato dal ponte perché avevo giurato che l’avrei richiamato e invece non mi ha dato il tempo, non l’avevo ringraziato abbastanza e poi mi era simpatico, eugenio detto genio, e pure sua moglie.

il succo del discorso questa volta non c’è.  se mi avete letto fin qua grazie.

Comments

One Response to “Dormono sulla collina”

  1. marco.giacosa
    luglio 25th, 2008 @ 12:19

    questo è uno dei tuoi scritti più belli di sempre

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