15 gennaio 2006
Coca, Juve e sassi

Beppe Casalbore l'ho rivisto in tivvù ieri l'altro, mentre mandavano in onda il trecentesimo servizio sul processo per doping alla Juventus. Ormai, quando ne parlano, mi tappo le orecchie e inizio a canticchiare un motivo a caso del repertorio di Caterina Caselli: un po' imbolsito, l'attaccatura dei capelli che ha fatto un altro saltino all'indietro (capita, verso i cinquanta) tutti i tiggì mostrano sempre la stessa sequenza. Lui che parla ma non si sente un cazzo, poi Del Piero col microfono davanti che gli dice "Non ricordo", poi Pessotto con gli occhiali che dice "Non ricordo", poi Tacchinardi senza occhiali che dice "Non ricordo", poi il dottor Agricola che guarda il giudice di sottecchi, vagamente schifato, poi un'auto nera coi vetri fumé che se la svigna tra due ali di folla.
Il giorno dopo, sulla Stampa, c'è il paginone. Nelle prime tre righe scrivono: "Il Pm ha chiesto la condanna per uso di sostanze che alterano le prestazioni sportive". Nelle successive trenta citano Giraudo che fa spallucce e fa capire di fregarsene. Poi quaranta righe di intervista ad Agricola che fa spallucce pure lui e dà velatamente del pirla al giudice, reo di aver preso sul serio la faccenda. Poi una spanna di pareri: Moggi ("E' imbossibbbile"), Bettega col trench ("A noi la cosa non tocca minimamente"), un ex allenatore a caso che però non sta allenando più ("La Juve vince e per questo dà fastidio"), un parere pro veritate gratuitamente fornito dal disinteressato professor Carlo Federico Grosso a Franzo Grande Stevens e, chiusura in bellezza, un motteggio dell'avvocato difensore: "Come direbbe Boskov, reato è se codice prevede".
La nausea del giorno prima è dovuta al preconizzare la Stampa del giorno dopo. Giuseppe Casalbore, campano doc, era un mito. Amico per la pelle dell'ordinario di diritto penale dell'università di Torino, Giuliano Marini, gli faceva il favore di tenere - senza compenso - un seminario di approfondimento. Forse il professore non sapeva che metà del tempo Casalbore lo passava a farci capire che le teorie di Marini non stavano né in cielo né in terra ("Ma il professore è bbbravo, è bbbbravo, e io gli voglio bbbene").
Comunque non è per amore della scienza che io e Pier passavamo due ore, dalle sei alle otto, ogni mercoledì, nell'aula 5 bis di Palazzo Nuovo. Semplicemente ci avevano detto che, presentandosi all'esame col seminario fatto, si evitava di essere interrogati da Marini su quel tomo di milleduecentoequalcosa pagine di incomprensibile prosa da filoburocrate venusiano. Funzionava così: Casalbore ti chiamava, tu ti sedevi, lui ti riconosceva e iniziava a distrarre Marini parlandogli del vento, della pioggia, della prima pagina del Corriere o di un ergastolano delle Vallette con istinti anticonservativi. L'esame lo si sosteneva con un assistente a caso e, invariabilmente o quasi, se ne usciva con un 30 in saccoccia. Casalbore (che la nostra compagna di seminario, romana, chiamava "Casarbore") non sopportava:
a) chi parlottava
b) chi fingeva di ascoltare ma aveva lo sguardo decerebro di Homer Simpson
c) chi scopriva essersi iscritto ad Alessandria per dare diritto privato per poi tornare a Torino
d) chi sbagliava una preposizione ("Auè, si dice dentro il o dentro al? No, pecché i rudimenti della lingua italia'…Ragàzzzzz…")
e) chi non rideva quando diceva "La legge si chiama legge perché la devi légge".
Una sera io e Pier, cordialmente detestati dal buon Casalbore (che per intanto avevo scoperto essere uno dei tre celebri "pretori d'assalto" che all'inizio degli anni '80 avevano deciso inutilmente di applicare la legge e di oscurare i network di Berlusconi) ci presentiamo al seminario con lo zaino svoutato dei libri per far spazio a un bottiglione di Coca Cola già "conciata" per la sera (svuotata a metà e rabboccata col Rum des Antilles, il più economico del supermercato Mega di via Madama Cristina). Scopo: raggiungere entro le otto la delegazione del Branco al Politecnico con un tasso alcolico almeno paragonabile a quello degli altri, che a differenza nostra erano stati liberi di "arrivare a livello" (leggi: di essere almeno brilli) saltando da un bar all'altro di corso Duca degli Abruzzi. Era il mercoledì della finale di Coppa Campioni, Juve contro Real Madrid. Adducendo una scusa qualunque otteniamo di uscire alle sette e un quarto. Corsa verso il "16", preso al volo, vestizione (via la camicia e la maglia, mettiamo su una t-shirt sporca e una felpa d'anteguerra) e poi giù con la Rum-Cola, sotto gli occhi bovini di una signora col paltò marrone e la borsa della spesa stretta nella mano grassa e avvizzita. Alle otto siamo al Politecnico. Il resto del Branco è decisamente a livello. Probabilmente il "Poli", nella persona del ragazzo responsabile della serata, inizia a pentirsi di aver chiesto l'apertura dell'ateneo per un'occasione che, giocoforza, richiama bestie, perdigiorno, teppisti, fancazzisti. Mentre, infatti, si attende il fischio d'inizio allietati dalla visione de "L'allenatore nel pallone" il tizio prende il microfono e sussurra: "Prima che inizi la finale volevo avvertirvi che qui non si può mangiare, bere né tantomeno fumare, e che non si possono appoggiare i piedi sui banchi". Di tutta risposta uno del Branco accavalla i gamboni buttandoli sul legno, un altro dà fuoco con ostentazione a una Marlboro. Altri due o tre stavano già addentando un quadrato formato piastrella di pizza unta e proseguono beati nel ruminargli in faccia. Risata generale.
"Ah - soggiunge temerario il Polistudente, già meno spavaldo - vi volevamo anticipare anche che, se la partita va ai supplementari, qui dobbiamo chiudere tutto entro le dieci e mezza, per cui ci dispiace, mi sa che dovrete vederli altrove".
Boato. Pezzi di biova e di carta volano sul palchetto. Il ragazzo indietreggia, fa per andarsene, poi afferra di nuovo il microfono per dire: "Vabbè, fate come volete. Per favore, però, non distruggete tutto". Della partita ricordo poco. Ma la Juve ha perso. Uscendo per i corridoi tiriamo giù qualche cosa dalle bacheche, tanto per fare. Usciti in strada insieme agli altri trenta-quaranta sconosciuti (ma tutti juventini) ci si accorge che stanno sfrecciando in auto dei granata che strombazzano felici per la disfatta della Madama. Ne fa le spese un povero sfigato che, del tutto ignaro della cosa, dà un colpo di clacson per invitare il tizio davanti a lui ad accelerare, visto che il semaforo era arancione e stava diventando rosso. Gli va male.
Quello davanti non si muove, lui resta lì fermo e il gregge furente che esce dal Poli lo scambia per un granata (quindi maledetto) e decide di punirne uno per educarne cento. Sassaiola.
(Giampiero Busato)


