
Ci ho messo un po' di tempo a capire che la casa in cui ero finito ad abitare sino a qualche giorno fa (
rectius: dormire e mangiare) a Milano, in via Tertulliano, era un incrocio tra quella di Corso Raffaello 11 bis a Torino,
the historic Branco house, e l'appartamento in cui è ambientato il miglior brutto film che abbia mai visto,
Santa Maradona.
Prima di tutto perché i pavimenti erano di quel colore che non ti faceva capire se per terra ci fosse sporco o se proprio la mattonella fosse stata dipinta in tinta sozzume. Camminandoci sopra, sopratutto in cucina, ti accorgevi subito che la pittura non c'entrava molto: cric, croc, ogni passo triturava più finemente una mezza penna rigata, una briciola di pane, spostava il triangolino di Tetrapak sforbiciato via dal latte e mai buttato via, un gatto di polvere, un pezzettino di carta.
Lì vivevo con tre ragazze. Due sorelle del branchico Nonno, l'altra amica di una delle due. Quando arrivai temetti subito di dover passare le giornate col secchio e lo spazzolone; stavo per proporre una signora delle pulizie per coprire i miei turni di lavoro, che di arrivare a casa a mezzanotte e mettermi a fare
Cenerentolo non avevo tanta voglia. Bastò una loro frase per tranquillizzarmi:
"Ma no, vedrai che la casa più o meno si porta avanti da sola". Non sapevo bene cosa volesse dire. Ora sì.
Un barattolo vuoto è rimasto in frigo
cinque mesi. Una mousse al cioccolato, fabbricata in giugno, ha resisitito sino ad agosto: per pietà, ormai verdognola, la spostai in
freezer (non era mia, che dovevo fà?) dove, a novembre, campeggiava ancora, ormai mutante. La
caffettiera (col caffé dentro) era finita per terra vicino alla monnezza verso gennaio. La persi di vista e quando la ritrovai, ad aprile inoltrato, la tirai su; ci galleggiava dentro un qualcosa di bluastro. Il frigo ha anche ospitato il record del mondo di resistenza di insalata belga: un mese. L'ultimo giorno, prima di lasciare un biglietto minatorio alla proprietaria del contenitore, ho osato aprirlo rischiando seriamente lo svenimento.
Traviato da due impegni di lavoro quasi quotidiani accettai di buon grado lo stato di
punkabbestia cinque giorni su sette: limitandomi a tenere in uno stato di decenza (o quasi) la mia camera fui costretto a scendere a patti con lo stomaco per accettare un corridoio in cui mai nessuno osava passare una scopa e che sapeva di chiuso, di zozzo e di impolverato o di tutte e tre le cose insieme, un bagno che faceva diretta concorrenza a quello di Torino (pensandoci bene riusciva a superarlo: credevo che vivendo con delle ragazze non si potessero raggiungere i fasti taurinensi... e invece sì), sacchi della spazzatura lasciati nel fine settimana a maturare vicino al lavandino, un tavolo da pranzo su cui mai poggiava spugna alcuna.
Un giorno, preso dallo schifo, spostai il divano della cucina (pure lui condito da briciole, capelli, pinzette, fazzoletti, avanzi vari di cibo ormai sminuzzati e finiti sotto i cuscini) e ci trovai sotto un paio di calze arrotolato, un piumino (che era stato bianco, credo) pieno zeppo di polvere e capelli, un paio di ciabatte marce, alcuni
spaghetti spezzati e due farfalle (crude, eh?).
Dalle gambe delle sedie tirai via un etto di materiale non meglio specificato che si era raccolto intorno al legno; dalla luce sopra i quattro fuochi del gas mi toccò portare via a mano i cadaveri di una miriade di insetti defunti chissà quando. Non ancora scorato passai al lavandino dove il tappo filtrante recava pezzi di verdura ormai avvizziti e le bottiglie di vetro dell'acqua erano bianche di residuo secco dell'acquedotto milanese. Il lavello era unto come quello di un fast food. La credenza sopra il lavandino traboccava di stoviglie bisunte e impolverate, barattoli vuoti, scolapasta, bicchieri di ogni foggia. Sotto lo scolapiatti riuscii a rinvenire, sempre in quel momento di furore igienico, avanzi di caffé, sugo secco, olio, un pezzo di grissino e dentro il contenitore delle posate, con immensa gioia, trovai un bel pezzo di non so cosa adornato da copiosa muffa.
Troppo, anche per me che non passo per essere un piccolo Lord dei lavori domestici. Mi arresi. Da allora sviluppai una sorta di rassegnazione e addirittura una malata affezione (non virale, mi auguro) per questo deposito di zozzerie chiamato casa in cui, non si sa come, in effetti le cose tiravano avanti. Pochi giorni fa durante il pranzo mi accorsi che, da un paio di settimane almeno, giacevano ancora i capelli tagliati delle donzelle accanto alla scopa nell'angolo vicino al frigo: avevano un parrucchiere un po' fru-fru che lavorava in casa e che arrivava di tanto in tanto a fare zac e zac. Era già passato da taaaanti giorni...
Là, tra l'altro, dove avrei fatto fatica a invitare il mio gatto senza provare vergogna, entravano e uscivano allegramente amici e fidanzati che parevano del tutto immuni a quanto i miei occhi vedevano e il mio naso sentiva. Questa era proprio la casa di Santa Maradona: è per questo che delle foto qui sotto non riesco a distinguere quali siano della cucina e quali del film. Voi ce la fate?