29 novembre 2006
Scala reale

Ian Barclay, coach del campione di Wimbledon 1987, il "pirata" Pat Cash, faceva spesso giocare a poker i suoi allievi. Lo riteneva necessario per imparare a gestire il denaro e i rischi, per apprendere a valutare e orientare le scelte. Diceva loro: "Sul campo da tennis e sul tavolo verde si vede il carattere di una persona. Chi ruba le palle in campo ruba anche nella vita. Chi è generoso dentro lo è anche fuori. Chi bara al gioco, bara nella vita. Chi si fa mettere i piedi in testa sul campo e sul tavolo, se li fa mettere nella vita".

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posted by Giampiero Busato at 3:07 PM | Permalink | 0 comments
Le Roi

L’altra sera ho guardato in TV la finale di Coppa dei Campioni 2006 e dopo tanto tempo ti ho rivisto. Eri seduto in tribuna a Parigi e ridevi sornione come allora, solo con qualche chilo in più.
Poi hanno inquadrato una tua gigantografia nello stadio. Eri all’apice della tua carriera, alle prese con un dribbling stretto, e avevi ancora in testa quell’ingombrante cespuglio di anarchici riccioli neri.
Addosso avevi mezzo chilo di cotone pesante, caldo d’inverno e micidiale d’estate, con le maniche strette e i bordi in costina che torturavano gli avambracci. La scritta “Ariston” faceva bella mostra di sé tra le strisce bianconere della maglietta e lo scudetto enorme con le due stelle d’oro spiccava sopra il cuore. Quanta nostalgia nel rivederti, Michel, quanti ricordi…

Mi ritorni in mente a Tokyo nel dicembre’85, sdraiato in mezzo al campo con aria perplessa e offesa dopo il gol più bello della tua carriera, annullato senza motivo dall’arbitro tedesco. Ripenso alle tue punizioni al sette, a quel goal negli ultimi minuti di un derby infuocato di metà anni ’80. Ancora ti rivedo mentre con lo sguardo annoiato sistemi la palla al limite dell’area, scocciato dall’isteria e dall’evidente mancanza di stile di quelli che protestano intorno a te.
Poi guardi l’arbitro con il tuo solito ghigno beffardo, prendi una breve rincorsa e tiri.
Il pallone sembra muoversi al rallentatore e gira, gira, gira, verso l’angolo alto più lontano, mentre un difensore del Torino dai pochi capelli radi salta comicamente sulla linea di porta per intercettarlo. E non ce la fa, per mezzo millimetro appena. Palla nel sette, stadio Comunale in delirio.
Osservo il portiere, sbalordito dall’assoluta perfezione del tiro, lo vedo fissare ammirato il fondo della rete e disegnare circonferenze in aria con le mani, quasi a voler cercare di ripercorrere mentalmente la parabola impossibile di quella palla.
All’improvviso mi tornano in mente i tuoi lanci di prima senza guardare, e quel modo unico che avevi di danzare leggero in mezzo al campo, quasi senza sforzo, neanche una goccia di sudore a bagnarti la fronte. Mi ricordo la tua voce furbetta da scolaro saccente, le maliziose battute sui tuoi compagni, sempre troppo lenti o troppo scarsi nel capire il tuo gioco, e quei siparietti indimenticabili con Boniperti in collegamento telefonico alla Domenica Sportiva.

Ti ringrazio, “Le Roi”, per avermi fatto innamorare di questo gioco e della Juventus, e per avermi insegnato che si può essere i migliori al mondo senza prendersi mai troppo sul serio.
Il tuo è il calcio che amo, e che mi fa sorridere quando lo rivivo nella memoria: uno sport semplice e complicatissimo insieme, reso unico dalla classe purissima di campioni come te che hanno segnato un’epoca.
Il calcio di Del Piero, che nel 2000 infilava il Parma dopo un anno di digiuno, e io allo stadio volavo 3 file di sotto abbracciato a un perfetto sconosciuto.
Come in quella domenica del’99 quando un Antonio Conte felice come un bambino sradicava la bandierina del corner e la sventolava davanti alla curva dopo aver segnato al 90esimo contro la Fiorentina, mentre intorno a me era il delirio completo, e la gente piangeva di gioia
Per un attimo mi balenano in mente gli squallidi scandali di questi ultimi giorni, l’indecente teatrino di manager corrotti e di arbitri consenzienti e penso per un istante, un solo brevissimo istante, che forse avrei fatto meglio a non perdere tutto questo tempo per il calcio, a non spenderci i soldi che ho speso, a non arrabbiarmi troppo per l’ennesima finale europea buttata via.

Poi però ritorno a quel tiro nel sette scagliato un pomeriggio di vent’anni fa e sorrido.
Non so perché, ma sorrido.
Ti guardo al fischio finale della partita di Parigi mentre ti alzi dalla poltroncina e batti le mani al Barcellona campione, con lo sguardo soddisfatto e l’aria contenta di chi si è divertito davvero.
All’improvviso ti volti, ti accorgi di essere inquadrato dalla televisione e fai una boccaccia delle tue alle telecamere. Chapeau.
Ciao campionissimo, presto torneremo grandi.
E’ una promessa.

(Miki TheQuick)

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posted by Giampiero Busato at 11:08 AM | Permalink | 0 comments
18 novembre 2006
Il primato dell'economico

Vi sottopongo questo stralcio di un testo di padre Alex Zanotelli sul rapporto tra morale cristiana, valori borghesi ed economia.


Ho parlato del primato dell'economico. Ai non-credenti chiedo: "Come riuscite a tradurre i vostri valori laici in scelte concrete, economiche, oneste e quotidiane?" Tutto il resto sono balle che raccontate.
Ai credenti invece domando: "Cosa ne abbiamo fatto del Vangelo di Gesù?". Se c'è una cosa chiara nel Vangelo sono i detti di Gesù sui soldi, su Mammona. Il cuore del Vangelo è lo spezzare il pane. Padre Chiavacci, il miglior moralista in Italia, vi dice che tutta l'idealità del Vangelo si può riassumere in due comandamenti: non puoi arricchirti e se hai, hai per condividere. E noi credenti cosa abbiamo fatto di queste cose? Non mi dite che non si può fare.

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posted by Giampiero Busato at 8:52 AM | Permalink | 2 comments
05 novembre 2006
Il gorgo

Nostro padre si decise per il gorgo, e in tutta la nostra grossa famiglia soltanto io capii, che avevo nove anni ed ero l'ultimo.
In quel tempo stavamo ancora tutti insieme, salvo Eugenio che era via a far la guerra d'Abissinia. Quando nostra sorella penultima si ammala. Mandammo per il medico di Niella e alla seconda visita disse che non ce ne capiva niente: chiamammo il medico di Murazzano ed anche lui non le conosceva il male; venne quello di Feisoglio e tutt'e tre dissero che la malattia era al di sopra della loro scienza. Deperivamo anche noi accanto a lei, e la sua febbre ci scaldava come un braciere, quando ci chinavamo su di lei per cercar di capire a che punto era. Fra quello che soffriva e le spese, nostra madre arrivò a comandarci di pregare il Signore che ce la portasse via; ma lei durava, solo più grossa un dito e lamentandosi sempre come un'agnella.
Come se non bastasse, si aggiunse il batticuore per Eugenio, dal quale non ricevevamo più posta. Tutte le mattine correvo in canonica a farmi dire dal parroco cosa c'era sulla prima pagina del giornale, e tornavo a casa a raccontare che erano in corso coi mori le più grandi battaglie. Cominciammo a recitare il rosario anche per lui, tutte le sere, con la testa tra le mani.
Uno di quei giorni, nostro padre si leva da tavola e dice con la sua voce ordinaria: - Scendo fino al Belbo, a voltare quelle fascine che m'hanno preso la pioggia. Non so come, ma io capii a volo che andava a finirsi nell'acqua, e mi atterrì, guardando in giro, vedere che nessun altro aveva avuto la mia ispirazione: nemmeno nostra madre fece il più piccolo gesto, seguitò a pulire il paiolo, e sì che conosceva il suo uomo come se fosse il primo dei suoi figli. Eppure non diedi l'allarme, come se sapessi che lo avrei salvato solo se facessi tutto da me. Gli uscii dietro che lui, pigliato il forcone, cominciava a scender dall'aia.

Mi misi per il suo sentiero, ma mi staccava a solo camminare, e così dovetti buttarmi a una mezza corsa. Mi sentì, mi riconobbe dal peso del passo, ma non si voltò e mi disse di tornarmene a casa, con una voce rauca ma di scarso comando. Non gli ubbidii. Allora, venti passi più sotto, mi ripetè di tornarmene su, ma stavolta con la voce che metteva coi miei fratelli più grandi, quando si azzardavano a contraddirlo in qualcosa. Mi spaventò, ma non mi fermai. Lui si lasciò raggiungere e quando mi sentì al suo fianco con una mano mi fece girare come una trottola e poi mi sparò un calcio dietro che mi sbattè tre passi su. Mi rialzai e di nuovo dietro. Ma adesso ero più sicuro che ce l'avrei fatta ad impedirglielo, e mi venne da urlare verso casa, ma ne eravamo già troppo lontani. Avessi visto un uomo lì intorno, mi sarei lasciato andare a pregarlo: - Voi, per carità, parlate a mio padre. Ditegli qualcosa, - ma non vedevo una testa d'uomo, in tutta la conca. Eravamo quasi in piano, dove si sentiva già chiara l'acqua di Belbo correre tra le canne.
A questo punto lui si voltò, si scese il forcone dalla spalla e cominciò a mostrarmelo come si fa con le bestie feroci. Non posso dire che faccia avesse, perché guardavo solo i denti del forcone che mi ballavano a tre dita dal petto, e soprattutto perché non mi sentivo di alzargli gli occhi in faccia, per la vergogna di vederlo come nudo. Ma arrivammo insieme alle nostre fascine. Il gorgo era subito lì, dietro un fitto di felci, e la sua acqua ferma sembrava la pelle d'un serpente. Mio padre, la sua testa era protesa, i suoi occhi puntati al gorgo ed allora allargai il petto per urlare. In quell'attimo lui ficcò il forcone nella prima fascina. E le voltò tutte, ma con una lentezza infinita, come se sognasse.
E quando l'ebbe voltate tutte, tirò un sospiro tale che si allungò d'un palmo. Poi si girò. Stavolta lo guardai, e gli vidi la faccia che aveva tutte le volte che rincasava da una festa con una sbronza fina. Tornammo su, con lui che si sforzava di salire adagio per non perdermi d'un passo, e mi teneva sulla spalla la mano libera dal forcone ed ogni tanto mi grattava col pollice, ma leggero come una formica, tra i due nervi che abbiamo dietro il collo.

(Beppe Fenoglio)

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posted by Giampiero Busato at 9:17 PM | Permalink | 2 comments
04 novembre 2006
Santa Tertulliano

Ci ho messo un po' di tempo a capire che la casa in cui ero finito ad abitare sino a qualche giorno fa (rectius: dormire e mangiare) a Milano, in via Tertulliano, era un incrocio tra quella di Corso Raffaello 11 bis a Torino, the historic Branco house, e l'appartamento in cui è ambientato il miglior brutto film che abbia mai visto, Santa Maradona.
Prima di tutto perché i pavimenti erano di quel colore che non ti faceva capire se per terra ci fosse sporco o se proprio la mattonella fosse stata dipinta in tinta sozzume. Camminandoci sopra, sopratutto in cucina, ti accorgevi subito che la pittura non c'entrava molto: cric, croc, ogni passo triturava più finemente una mezza penna rigata, una briciola di pane, spostava il triangolino di Tetrapak sforbiciato via dal latte e mai buttato via, un gatto di polvere, un pezzettino di carta.

Lì vivevo con tre ragazze. Due sorelle del branchico Nonno, l'altra amica di una delle due. Quando arrivai temetti subito di dover passare le giornate col secchio e lo spazzolone; stavo per proporre una signora delle pulizie per coprire i miei turni di lavoro, che di arrivare a casa a mezzanotte e mettermi a fare Cenerentolo non avevo tanta voglia. Bastò una loro frase per tranquillizzarmi: "Ma no, vedrai che la casa più o meno si porta avanti da sola". Non sapevo bene cosa volesse dire. Ora sì.
Un barattolo vuoto è rimasto in frigo cinque mesi. Una mousse al cioccolato, fabbricata in giugno, ha resisitito sino ad agosto: per pietà, ormai verdognola, la spostai in freezer (non era mia, che dovevo fà?) dove, a novembre, campeggiava ancora, ormai mutante. La caffettiera (col caffé dentro) era finita per terra vicino alla monnezza verso gennaio. La persi di vista e quando la ritrovai, ad aprile inoltrato, la tirai su; ci galleggiava dentro un qualcosa di bluastro. Il frigo ha anche ospitato il record del mondo di resistenza di insalata belga: un mese. L'ultimo giorno, prima di lasciare un biglietto minatorio alla proprietaria del contenitore, ho osato aprirlo rischiando seriamente lo svenimento.

Traviato da due impegni di lavoro quasi quotidiani accettai di buon grado lo stato di punkabbestia cinque giorni su sette: limitandomi a tenere in uno stato di decenza (o quasi) la mia camera fui costretto a scendere a patti con lo stomaco per accettare un corridoio in cui mai nessuno osava passare una scopa e che sapeva di chiuso, di zozzo e di impolverato o di tutte e tre le cose insieme, un bagno che faceva diretta concorrenza a quello di Torino (pensandoci bene riusciva a superarlo: credevo che vivendo con delle ragazze non si potessero raggiungere i fasti taurinensi... e invece sì), sacchi della spazzatura lasciati nel fine settimana a maturare vicino al lavandino, un tavolo da pranzo su cui mai poggiava spugna alcuna.

Un giorno, preso dallo schifo, spostai il divano della cucina (pure lui condito da briciole, capelli, pinzette, fazzoletti, avanzi vari di cibo ormai sminuzzati e finiti sotto i cuscini) e ci trovai sotto un paio di calze arrotolato, un piumino (che era stato bianco, credo) pieno zeppo di polvere e capelli, un paio di ciabatte marce, alcuni spaghetti spezzati e due farfalle (crude, eh?).
Dalle gambe delle sedie tirai via un etto di materiale non meglio specificato che si era raccolto intorno al legno; dalla luce sopra i quattro fuochi del gas mi toccò portare via a mano i cadaveri di una miriade di insetti defunti chissà quando. Non ancora scorato passai al lavandino dove il tappo filtrante recava pezzi di verdura ormai avvizziti e le bottiglie di vetro dell'acqua erano bianche di residuo secco dell'acquedotto milanese. Il lavello era unto come quello di un fast food. La credenza sopra il lavandino traboccava di stoviglie bisunte e impolverate, barattoli vuoti, scolapasta, bicchieri di ogni foggia. Sotto lo scolapiatti riuscii a rinvenire, sempre in quel momento di furore igienico, avanzi di caffé, sugo secco, olio, un pezzo di grissino e dentro il contenitore delle posate, con immensa gioia, trovai un bel pezzo di non so cosa adornato da copiosa muffa.

Troppo, anche per me che non passo per essere un piccolo Lord dei lavori domestici. Mi arresi. Da allora sviluppai una sorta di rassegnazione e addirittura una malata affezione (non virale, mi auguro) per questo deposito di zozzerie chiamato casa in cui, non si sa come, in effetti le cose tiravano avanti. Pochi giorni fa durante il pranzo mi accorsi che, da un paio di settimane almeno, giacevano ancora i capelli tagliati delle donzelle accanto alla scopa nell'angolo vicino al frigo: avevano un parrucchiere un po' fru-fru che lavorava in casa e che arrivava di tanto in tanto a fare zac e zac. Era già passato da taaaanti giorni...
Là, tra l'altro, dove avrei fatto fatica a invitare il mio gatto senza provare vergogna, entravano e uscivano allegramente amici e fidanzati che parevano del tutto immuni a quanto i miei occhi vedevano e il mio naso sentiva. Questa era proprio la casa di Santa Maradona: è per questo che delle foto qui sotto non riesco a distinguere quali siano della cucina e quali del film. Voi ce la fate?
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posted by Giampiero Busato at 11:01 PM | Permalink | 0 comments
01 novembre 2006
From Goethals to Advocaat!



Onore ai tre avvocati!
Advocaat Boethals (specialista in diritto dello sport e dei possidenti dell'astigiano)
Advocaat Renis (specialista in diritto del Web, soprattutto delle chat, e delle minoranze etniche in Piemonte)
Advocaat Mek (specialista in legislazione vitivinicola e delle minoranze linguistiche cuneesi)
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posted by Giampiero Busato at 11:01 AM | Permalink | 0 comments