Monologhi a due con Beppe (IV)
Posted on | aprile 28, 2007 | No Comments
Caro Beppe,
addì ventisette aprile Duemilasette, giorno sei post Silviam. Ho definitivamente adottato il gregoriano della telefonata del ventuno aprile, troppo adatto come dies a quo per non essere considerato oltre ogni ragionevole dubbio.
Mi sono scoperto idiota nel voler consumare i riti di passaggio della vittima dell’amore. Convinto a sufficienza dal genuino dolore allo sterno avvertito nel girarmi di scatto a cercare il cestino della cartaccia, per incrociare invece con lo sguardo due quadretti della summa delle uscite con S, ho ritenuto opportuno e bastevolmente figlio di un consumato cliché staccarli e scagliarli contro la parete. Mi sono messo a ridere della mia incapacità scenica – inopinatamente però, giacché nel mentre piangevo – ma questo urto frontale between life and death non mi ha impedito di rimediare due discrete ferite ai pollici, vere e oneste, imperturbabili e incuranti del mio sanguinare d’anima.
Oggi avrei voluto dirle che è lei il mio cosmic mate, l’anima che si incastra ai ganci al vento della mia e che non c’è festa o c***o che possano mutare l’ordine astrale. Ma come? E poi so che lo sa. Lo pensavo nei dintorni di San Babila, quasi soffocato dalla fiumana di f***e transumante dai portici alla piazza del Duomo. Alcune portavano in sé i tratti della perfezione di compartimenti del corpo che in S ammiravo avidamente, e quella vista mi ha ricordato quanto mi piacesse ma quanto non fosse quel godimento ferino a legarmi per la vita a lei. Il dono del didietro stellare o la michelangiolesca silhouette erano il mio mezzo, non il fine. Non è stata una sorpresa, per me.
Ci avevo già provato ieri sera, a interpretare l’altra scena del fumettone: libero dalle catene, l’uomo su piazza approfitta delle offerte al mercato. Fa morale la vicina di casa che coglie la fragilità dell’amato abbandonato e propone la sua consolazione e una sesta di reggiseno? Ma l’ho lasciata lì dov’è. E ho pregato che il rendez-vous combinato con l’ex albese Maddalena saltasse per motivi a me non imputabili: sono stato accontentato, si è addormentata, scusa tanto, ci risentiamo, ci vediamo la prossima, stasera dove sei che magari. Sì, vabbè.
Il mercato, quello vero, offriva un quattro decilitri scarsi di buonumore a tre e cinquanta, seppur mi costi ben più della moneta comprare vino nostro a Milano; è quasi un liberare l’ostaggio della metropoli e, attraverso la mia pancia, riportarlo a casa. Prefiguravo, nel ritorno a casa, il glu-glu del versare, il bicchiere a fiori da trasparente a viola, la sigaretta. Altra scena becera del fumettone.
Ma sapeva di tappo, e non c’è anima persa che tenga.
La serata mi è finita nel lavandino, in tivvù Steve Irwin, il Crocodile Hunter, diceva che è un peccato che tutti ‘sti pinguini giovani vengano uccisi e pensa, proprio da altri pinguini. Non sapeva no, che sarebbe morto anche lui da animale, con la coda di una razza piantata nel cuore. Un po’ come me, no?
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