28 gennaio 2007
Alba Tragica
Scendevamo, Tobia dietro al treno e io davanti alla bestia, che a ogni svolta m’aspettavo di veder Alba distesa sotto i miei occhi come una carta tutta colorata. A San Benedetto si parlava sempre d’Alba quando si voleva parlare di città, e chi non n’aveva mai viste e voleva figurarsene una cercava di figurarsi Alba. (Beppe Fenoglio, La malora)
Avrei preferito non scrivere queste righe. Invece eccole, spinte fuori dall’intolleranza di un’idea fissa: aver avuto bisogno degli occhi di un forestiero per far scoprire a me, purosangue albese, cos’è Alba.
Nient’altro che una passione mi aveva convinto a lasciare la Casa delle Langhe per trovare
dimora nell’unica, autentica metropoli italiana. Città dall’anima sotterrata, che fu di Giorgio Gaber e oggi appartiene a nessuno; ottocentomila automobili in entrata al mattino e in uscita alla sera, più di venti stazioni per i viaggiatori, un’area metropolitana di sette milioni di persone e lavoro in abbondanza per (quasi) tutti. Da cinque anni Milano è anche casa mia. Nascere ad Alba, però, condanna a crescere covando il virus del ritorno, dell’attaccamento morboso alla terra del cuore, dell’amore nostalgico per gli odori di collina. Almeno così credevo. Amore cieco, direi ora.
Un amico, fiero di essere venuto al mondo sotto lo sguardo permissivo della Madunina e stanco di sentir magnificare le bellezze della mia piccola capitale opposte alle miserie del cemento bauscia si è convinto ad accompagnarmi a casa – la mia prima casa - per un paio di giorni, stuzzicato dall’idea del viaggio alla scoperta del gioiello immortalato nelle parole di Fenoglio. Autore, lo Scriba partigiano, letto con entusiasmo dal mio sodale Lumbàrd nonostante l’apparente incomunicabilità tra il topo di campagna e quello di città.
Con una sola occhiata, di una donna già sappiamo tutto: sì o no, ci piace o non ci piace. Il mio compagno di viaggio si aspetta una modella e, sorpresa, trova una tardona, acconciata alla meno peggio. Del ponte sul Tanaro, quello di cui aveva appreso nelle pagine dei Ventitré giorni della città di Alba, scorge su tutto i resti della cava di sabbia, sulla sinistra. Sulla destra, per contro, una sberluccicante centrale con turbine a gas della General Electric, tirata su per volontà della cioccolateria Ferrero (notizia che non ha lenito, nell’amico, il senso di sconcerto: avrebbe sopportato, al più, un gigantesco vaso di Nutella).
Colpito a freddo, passando oltre il gigantesco alambicco fumoso mi arrischio a spiegare dei cesti di fiori appesi alle grate, tanto simili al verde posticcio di Milano Due, la città di plastica. Sì perché, argomento con falsa convinzione, la mia Alba è un comune fiorito e alberato: avevo anche letto, recentemente, delle intenzioni di piantare esemplari di acer rubrum per rimpinguare il patrimonio vegetale cittadino. Il nostro dieletto Beppe, creatore, del fenglese, l’avrebbe chiamato Red Maple giacché arriva dal Minnesota. “Un po’ come costruire minareti nelle aie di una cascina di Langa”, chiosa l’amico Lumbàrd (d’ora in poi AL). Colpito e affondato.
Avvicinando le arterie periferiche albesi (non albensi, non albanesi, non albigesi né albine, albuine, albiche: AL mostra scarsa sagacia nel frangente) non riesco a evitare un pietoso scorcio sui famigerati, indigeribili Tetti Blu. Conscio del pericolo raffazzono una memoria difensiva: il celebre architetto che li ha progettati e di cui noi, profani e criticoni, non sapremmo intuire l’estro; le proprietà curative del blu nella cromoterapia, l’armonia di tetti pittati di mare delle case greche in Mediterraneo di Gabriele Salvatores.
Niente da fare. Con in mente lo spettro dell’isola di Kos, inadatta a sopravvivere alla furia delle onde langarole come un opossum a Murazzano non so far altro che abbozzare di fronte all’imbarazzante contestazione dell’obbrobrio estetico. Rinunciando al contraddittorio la butto sul sociale: è edilizia popolare, almeno gli affitti costano meno cari, concludo sindacalmente allontanandomi, stordito, a tutto gas.
Proseguendo il giro a mo’ di pugile suonato, senza un accenno di meta, AL - cresciuto in quel di San Donato Milanese - mi incalza domandando, in ordine sparso: con quale coraggio si siano costruiti quei condomìni da hinterland
degradato in corso Torino e corso Coppino, e poi notizie su quel “coso di pietra e piante piantato nella terra” (è il Tribunale di Alba ed è mezzo sprofondato, sì, ma nei rifiuti di Piazza Medford: preferisco tuttavia non metterlo a parte dell’aneddoto), sull’indecoroso - dice lui - Palazzo Mostre e Congressi (“Sì ma c’è la mostra di Pinot Gallizio, di Burri, di Fontana ed è pure gratis”, ribatto invano) e ancora - cito testualmente - quelle “specie di case a fette piantate là in alto”, alias Le Terrazze (“Ma la vista da lassù non è niente male”, eccepisco pietosamente).
Le Terrazze, già. Un montante alla mandibola ficcato lì, a metà colle, aggraziato come un deposito rifiuti di plastica fucsia appoggiato al Pantheon. Non le avevo mai viste così brutte. E dire che le avevo viste tante volte. E ci abitava pure mio zio, che ricordo lamentarsi per l’umidità onnipresente ma a me quel posto piaceva, soprattutto perché la casa offriva un salone con metratura da campo da calcetto, ideale per distruggere soprammobili a pallate.
E poi l’architettura creativa della scuola elementare di Corso Europa, in cui ai miei tempi pioveva in classe dalle finestre, d’estate i doppi vetri obliqui creavano ambienti tropicali e le piastrelle svenivano a ogni accensione dei termosifoni. Note di colore che ometto al tracotante AL per non peggiorare la situazione, già disperata.
L’architettura di Alba è “mediamente pietosa”, sentenzia esagerando AL. Strade che pullulano di palazzi da periferia metropolitana, tendoni verdi, padelle in bella vista per non rinunciare al campionato di calcio in diretta, colori deprimenti, architetture senz’arte e slavate, balconi
scrostati. Rotatorie in ogni dove su cui troneggiano manufatti incomprensibili. A Quarto Oggiaro, il quartiere popolare costruito in Zona Otto a Milano per ospitare gli immigrati del sud degli anni Sessanta, si rischia di più a uscire la sera ma, borseggi e violenze a parte, il colpo d’occhio è – commenta - “tragicamente simile”. Facciate tristi e malconce, viste da quartiere dormitorio. Casermoni attaccati pure alle torri medievali in pieno centro, mi fa notare. Boia faus, mi vien da dire: manco quelli avevo inquadrato in tutto il loro squallore, in tanti anni di passaggi.
Ormai AL mi ha in pugno; mi sento ridicolmente innamorato di un rospo e gli vorrei offrire da bere, un po’ per ottundere le sue facoltà critiche un po’ per tessere le lodi dell’indiscutibile nettare nostrano e, finalmente, segnare un gol per la mia squadra.
Ma non mi riesce di arrivare alla rinomata vineria senza evitare di costeggiare il palazzotto accanto all’edificio comunale che, se mai avesse voluto rappresentare un ricordo della casa natale e delle storie di Fenoglio, al limite ne figura gli incubi. È il colpo fatale. La citazione sghemba dell’incipit più famoso dello Scriba sul monumento non riabilita l’improbabile edificio. Anzi. “Alba la presero in duemila il 10 ottobre dell’anno 1944” è un’offesa alla prosa fenogliana, sibila AL; la frase intera (“Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell'anno 1944”) è fondamentale per caratterizzare il punto di vista dell’autore, tanto coraggioso da voler sottolineare brutalmente, a rischio di ostracismo, come uno su dieci restò “a prendersele dagli invasori”. Il povero Beppe, aggiunge AL, fu tacciato di qualunquismo e di dissacrazione della Resistenza proprio per quel racconto così lucido e onesto e davanti alla sua casa natale, a quarant’anni e più dalla sua morte, hanno tagliato a metà la sua parola regina per renderla vassalmente, falsamente accomodante.
AL mostra di non apprezzare. “Ma almeno Tourist Office è in inglese, a Fenoglio avrebbe fatto piacere”, taglia corto con sarcasmo. Cerca segni di Primavera di bellezza e trova qualche cartello qua e là. A San Cassiano, davanti al Liceo Govone, accanto al bar Calissano, il bar dei signori. Belli, grazie, ma non scaldano il cuore.
Del resto le stesse vetrine delle librerie rammentano a stento il passaggio di Beppe lo Scriba, nascosto dietro l’ultimo mattone di Faletti, le ricette di Antonella, le barzellette su Totti. Ecco, Faletti Giorgio: un ex comico televisivo astigiano che rappresenta lo specchio della provincia piemontese del nuovo millennio tanto quanto Fenoglio Beppe del fermento della società albese degli anni Cinquanta e Sessanta. A loro i libri del professor Chiodi, il Situazionismo, La Malora. A noi gli ipermercati tedeschi dietro ogni angolo, l’happy hour scimmiottando Milano e, come svago, la letteratura da supermercato. Fenoglio no, troppa fatica. Meglio Littizzetto, che è pure mezza piemontese.
La sindrome dell’automobile ha colpito anche qui. Me ne sono reso conto da par mio, senza l’aiuto di AL. Certo: al confronto Milano è un giro a Babele nell’ora di punta. Potessero, però, alcuni lungimiranti prosciugherebbero il letto del Tanaro per farne parcheggi. Sotto piazza San Paolo ne vorrebbero costruire un altro.
Accanto alla stazione ne è sorto uno a più piani, tendenzialmente brutto, cronicamente – pare - inutilizzato. Eppure il traffico – modesto, d’accordo, ma è un paesone – non scema, tutt’altro. Per sfida AL – ormai gli lascio campo libero - segue il passaggio di cinquanta vetture a caso davanti alla stazione dei treni. Ne conta trentasette con un solo conducente alla guida. Quattro o cinque posti, a volte sette, e un passeggero. Cultura ambientale paleolitica, dice lui. A Milano vogliono reprimere comportamenti irresponsabili e far pagare una tassa d’accesso a chi non si cura dell’aria di tutti scorazzando allegramente per il centro. Qui fanno i parcheggi. Più automobili. Più posti auto. Più automobili.
Eppure, scommetterei, la nostra è aria pulita. Altro che la loro, con quell’inferno di Metanopoli ad affumicare milioni di bronchi. AL è dubbioso al riguardo. E ha ragione lui: vado a leggere i dati sull’emissione di polveri sottili e trovo Alba nel lotto delle città più inquinate del Piemonte, superata sì da una straordinaria Bra – che respira quasi peggio di Milano – ma baldanzosa nel superare svariate volte il limite di legge. E io che credevo di tornare a casa a far gioire i polmoni ingrigiti dal traffico…
Ah, la stazione dei treni. Ad Alba, per quelli, manca la corrente elettrica. Come nel Ventennio: si usano ancora simil-littorine. Così muoversi sui binari da o per qui è poco meno di una presa per i fondelli. Per raggiungere Torino (chilometri sessanta) serve in media un’ora e mezza (passando per Bra o Cavallermaggiore). Per Milano (chilometri centocinquanta),
partendo per ipotesi dopo pranzo, si sorpassano agevolmente le tre ore (e fino a tre coincidenze, sempre che coincidano davvero). Sicché è giocoforza usare la strada. Meglio, l’autostrada. Non esiste albese che non abbia perso un conoscente, un amico o un parente nel tragitto che collega Alba ad Asti o a Cuneo. Anni addietro mi facevo le ossa collaborando per un giornale locale e ricordo di aver intervistato il sindaco, che promise: “Nella primavera Duemilasei Alba avrà due uscite dell’autostrada”. Mi pareva convincente, gli credetti. Peccato: siamo fuori tempo massimo. E se in un’ora scarsa dalla barriera di Milano si arriva ad Asti Est non bastano invece quaranta minuti per coprire i trentacinque chilometri dal casello astigiano al cartello “Alba, comune fiorito”. Tra camion nervosi, serpentoni ai semafori, conducenti idioti che sorpassano come agli autoscontri. Chi ringrazia è la rappresentanza locale di meretrici: a giudicare dalla presenza sul territorio, con tanta potenziale clientela si fanno affari d’oro ma questa, per carità, non è certo colpa di chi non fa le strade. Anzi, le signorinelle dovrebbero un monumento al Cantiere Eternamente Ritardatario.
Con questo pensiero giriamo l’utilitaria e la puntiamo a nordest, verso Famagosta. Questa volta mi farò schifare meno dagli alveari di viale Umbria e magari, a Milano, ci resterò più volentieri. Un po’ come in esilio, da amante tradito.
(Giampiero Busato)
Avrei preferito non scrivere queste righe. Invece eccole, spinte fuori dall’intolleranza di un’idea fissa: aver avuto bisogno degli occhi di un forestiero per far scoprire a me, purosangue albese, cos’è Alba.
Nient’altro che una passione mi aveva convinto a lasciare la Casa delle Langhe per trovare
dimora nell’unica, autentica metropoli italiana. Città dall’anima sotterrata, che fu di Giorgio Gaber e oggi appartiene a nessuno; ottocentomila automobili in entrata al mattino e in uscita alla sera, più di venti stazioni per i viaggiatori, un’area metropolitana di sette milioni di persone e lavoro in abbondanza per (quasi) tutti. Da cinque anni Milano è anche casa mia. Nascere ad Alba, però, condanna a crescere covando il virus del ritorno, dell’attaccamento morboso alla terra del cuore, dell’amore nostalgico per gli odori di collina. Almeno così credevo. Amore cieco, direi ora.Un amico, fiero di essere venuto al mondo sotto lo sguardo permissivo della Madunina e stanco di sentir magnificare le bellezze della mia piccola capitale opposte alle miserie del cemento bauscia si è convinto ad accompagnarmi a casa – la mia prima casa - per un paio di giorni, stuzzicato dall’idea del viaggio alla scoperta del gioiello immortalato nelle parole di Fenoglio. Autore, lo Scriba partigiano, letto con entusiasmo dal mio sodale Lumbàrd nonostante l’apparente incomunicabilità tra il topo di campagna e quello di città.
Con una sola occhiata, di una donna già sappiamo tutto: sì o no, ci piace o non ci piace. Il mio compagno di viaggio si aspetta una modella e, sorpresa, trova una tardona, acconciata alla meno peggio. Del ponte sul Tanaro, quello di cui aveva appreso nelle pagine dei Ventitré giorni della città di Alba, scorge su tutto i resti della cava di sabbia, sulla sinistra. Sulla destra, per contro, una sberluccicante centrale con turbine a gas della General Electric, tirata su per volontà della cioccolateria Ferrero (notizia che non ha lenito, nell’amico, il senso di sconcerto: avrebbe sopportato, al più, un gigantesco vaso di Nutella).
Colpito a freddo, passando oltre il gigantesco alambicco fumoso mi arrischio a spiegare dei cesti di fiori appesi alle grate, tanto simili al verde posticcio di Milano Due, la città di plastica. Sì perché, argomento con falsa convinzione, la mia Alba è un comune fiorito e alberato: avevo anche letto, recentemente, delle intenzioni di piantare esemplari di acer rubrum per rimpinguare il patrimonio vegetale cittadino. Il nostro dieletto Beppe, creatore, del fenglese, l’avrebbe chiamato Red Maple giacché arriva dal Minnesota. “Un po’ come costruire minareti nelle aie di una cascina di Langa”, chiosa l’amico Lumbàrd (d’ora in poi AL). Colpito e affondato.
Avvicinando le arterie periferiche albesi (non albensi, non albanesi, non albigesi né albine, albuine, albiche: AL mostra scarsa sagacia nel frangente) non riesco a evitare un pietoso scorcio sui famigerati, indigeribili Tetti Blu. Conscio del pericolo raffazzono una memoria difensiva: il celebre architetto che li ha progettati e di cui noi, profani e criticoni, non sapremmo intuire l’estro; le proprietà curative del blu nella cromoterapia, l’armonia di tetti pittati di mare delle case greche in Mediterraneo di Gabriele Salvatores.Niente da fare. Con in mente lo spettro dell’isola di Kos, inadatta a sopravvivere alla furia delle onde langarole come un opossum a Murazzano non so far altro che abbozzare di fronte all’imbarazzante contestazione dell’obbrobrio estetico. Rinunciando al contraddittorio la butto sul sociale: è edilizia popolare, almeno gli affitti costano meno cari, concludo sindacalmente allontanandomi, stordito, a tutto gas.
Proseguendo il giro a mo’ di pugile suonato, senza un accenno di meta, AL - cresciuto in quel di San Donato Milanese - mi incalza domandando, in ordine sparso: con quale coraggio si siano costruiti quei condomìni da hinterland
degradato in corso Torino e corso Coppino, e poi notizie su quel “coso di pietra e piante piantato nella terra” (è il Tribunale di Alba ed è mezzo sprofondato, sì, ma nei rifiuti di Piazza Medford: preferisco tuttavia non metterlo a parte dell’aneddoto), sull’indecoroso - dice lui - Palazzo Mostre e Congressi (“Sì ma c’è la mostra di Pinot Gallizio, di Burri, di Fontana ed è pure gratis”, ribatto invano) e ancora - cito testualmente - quelle “specie di case a fette piantate là in alto”, alias Le Terrazze (“Ma la vista da lassù non è niente male”, eccepisco pietosamente).Le Terrazze, già. Un montante alla mandibola ficcato lì, a metà colle, aggraziato come un deposito rifiuti di plastica fucsia appoggiato al Pantheon. Non le avevo mai viste così brutte. E dire che le avevo viste tante volte. E ci abitava pure mio zio, che ricordo lamentarsi per l’umidità onnipresente ma a me quel posto piaceva, soprattutto perché la casa offriva un salone con metratura da campo da calcetto, ideale per distruggere soprammobili a pallate.
E poi l’architettura creativa della scuola elementare di Corso Europa, in cui ai miei tempi pioveva in classe dalle finestre, d’estate i doppi vetri obliqui creavano ambienti tropicali e le piastrelle svenivano a ogni accensione dei termosifoni. Note di colore che ometto al tracotante AL per non peggiorare la situazione, già disperata.
L’architettura di Alba è “mediamente pietosa”, sentenzia esagerando AL. Strade che pullulano di palazzi da periferia metropolitana, tendoni verdi, padelle in bella vista per non rinunciare al campionato di calcio in diretta, colori deprimenti, architetture senz’arte e slavate, balconi
scrostati. Rotatorie in ogni dove su cui troneggiano manufatti incomprensibili. A Quarto Oggiaro, il quartiere popolare costruito in Zona Otto a Milano per ospitare gli immigrati del sud degli anni Sessanta, si rischia di più a uscire la sera ma, borseggi e violenze a parte, il colpo d’occhio è – commenta - “tragicamente simile”. Facciate tristi e malconce, viste da quartiere dormitorio. Casermoni attaccati pure alle torri medievali in pieno centro, mi fa notare. Boia faus, mi vien da dire: manco quelli avevo inquadrato in tutto il loro squallore, in tanti anni di passaggi.Ormai AL mi ha in pugno; mi sento ridicolmente innamorato di un rospo e gli vorrei offrire da bere, un po’ per ottundere le sue facoltà critiche un po’ per tessere le lodi dell’indiscutibile nettare nostrano e, finalmente, segnare un gol per la mia squadra.
Ma non mi riesce di arrivare alla rinomata vineria senza evitare di costeggiare il palazzotto accanto all’edificio comunale che, se mai avesse voluto rappresentare un ricordo della casa natale e delle storie di Fenoglio, al limite ne figura gli incubi. È il colpo fatale. La citazione sghemba dell’incipit più famoso dello Scriba sul monumento non riabilita l’improbabile edificio. Anzi. “Alba la presero in duemila il 10 ottobre dell’anno 1944” è un’offesa alla prosa fenogliana, sibila AL; la frase intera (“Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell'anno 1944”) è fondamentale per caratterizzare il punto di vista dell’autore, tanto coraggioso da voler sottolineare brutalmente, a rischio di ostracismo, come uno su dieci restò “a prendersele dagli invasori”. Il povero Beppe, aggiunge AL, fu tacciato di qualunquismo e di dissacrazione della Resistenza proprio per quel racconto così lucido e onesto e davanti alla sua casa natale, a quarant’anni e più dalla sua morte, hanno tagliato a metà la sua parola regina per renderla vassalmente, falsamente accomodante.
AL mostra di non apprezzare. “Ma almeno Tourist Office è in inglese, a Fenoglio avrebbe fatto piacere”, taglia corto con sarcasmo. Cerca segni di Primavera di bellezza e trova qualche cartello qua e là. A San Cassiano, davanti al Liceo Govone, accanto al bar Calissano, il bar dei signori. Belli, grazie, ma non scaldano il cuore.
Del resto le stesse vetrine delle librerie rammentano a stento il passaggio di Beppe lo Scriba, nascosto dietro l’ultimo mattone di Faletti, le ricette di Antonella, le barzellette su Totti. Ecco, Faletti Giorgio: un ex comico televisivo astigiano che rappresenta lo specchio della provincia piemontese del nuovo millennio tanto quanto Fenoglio Beppe del fermento della società albese degli anni Cinquanta e Sessanta. A loro i libri del professor Chiodi, il Situazionismo, La Malora. A noi gli ipermercati tedeschi dietro ogni angolo, l’happy hour scimmiottando Milano e, come svago, la letteratura da supermercato. Fenoglio no, troppa fatica. Meglio Littizzetto, che è pure mezza piemontese.
La sindrome dell’automobile ha colpito anche qui. Me ne sono reso conto da par mio, senza l’aiuto di AL. Certo: al confronto Milano è un giro a Babele nell’ora di punta. Potessero, però, alcuni lungimiranti prosciugherebbero il letto del Tanaro per farne parcheggi. Sotto piazza San Paolo ne vorrebbero costruire un altro.
Accanto alla stazione ne è sorto uno a più piani, tendenzialmente brutto, cronicamente – pare - inutilizzato. Eppure il traffico – modesto, d’accordo, ma è un paesone – non scema, tutt’altro. Per sfida AL – ormai gli lascio campo libero - segue il passaggio di cinquanta vetture a caso davanti alla stazione dei treni. Ne conta trentasette con un solo conducente alla guida. Quattro o cinque posti, a volte sette, e un passeggero. Cultura ambientale paleolitica, dice lui. A Milano vogliono reprimere comportamenti irresponsabili e far pagare una tassa d’accesso a chi non si cura dell’aria di tutti scorazzando allegramente per il centro. Qui fanno i parcheggi. Più automobili. Più posti auto. Più automobili.Eppure, scommetterei, la nostra è aria pulita. Altro che la loro, con quell’inferno di Metanopoli ad affumicare milioni di bronchi. AL è dubbioso al riguardo. E ha ragione lui: vado a leggere i dati sull’emissione di polveri sottili e trovo Alba nel lotto delle città più inquinate del Piemonte, superata sì da una straordinaria Bra – che respira quasi peggio di Milano – ma baldanzosa nel superare svariate volte il limite di legge. E io che credevo di tornare a casa a far gioire i polmoni ingrigiti dal traffico…
Ah, la stazione dei treni. Ad Alba, per quelli, manca la corrente elettrica. Come nel Ventennio: si usano ancora simil-littorine. Così muoversi sui binari da o per qui è poco meno di una presa per i fondelli. Per raggiungere Torino (chilometri sessanta) serve in media un’ora e mezza (passando per Bra o Cavallermaggiore). Per Milano (chilometri centocinquanta),
partendo per ipotesi dopo pranzo, si sorpassano agevolmente le tre ore (e fino a tre coincidenze, sempre che coincidano davvero). Sicché è giocoforza usare la strada. Meglio, l’autostrada. Non esiste albese che non abbia perso un conoscente, un amico o un parente nel tragitto che collega Alba ad Asti o a Cuneo. Anni addietro mi facevo le ossa collaborando per un giornale locale e ricordo di aver intervistato il sindaco, che promise: “Nella primavera Duemilasei Alba avrà due uscite dell’autostrada”. Mi pareva convincente, gli credetti. Peccato: siamo fuori tempo massimo. E se in un’ora scarsa dalla barriera di Milano si arriva ad Asti Est non bastano invece quaranta minuti per coprire i trentacinque chilometri dal casello astigiano al cartello “Alba, comune fiorito”. Tra camion nervosi, serpentoni ai semafori, conducenti idioti che sorpassano come agli autoscontri. Chi ringrazia è la rappresentanza locale di meretrici: a giudicare dalla presenza sul territorio, con tanta potenziale clientela si fanno affari d’oro ma questa, per carità, non è certo colpa di chi non fa le strade. Anzi, le signorinelle dovrebbero un monumento al Cantiere Eternamente Ritardatario.Con questo pensiero giriamo l’utilitaria e la puntiamo a nordest, verso Famagosta. Questa volta mi farò schifare meno dagli alveari di viale Umbria e magari, a Milano, ci resterò più volentieri. Un po’ come in esilio, da amante tradito.
(Giampiero Busato)


