29 settembre 2007
Il cercatore di Dio


Che cosa vuoi dire un saluto dato? Si incomincia a casa, al risveglio o al rientro, accolti da un saluto entriamo nel vuoto dell’indifferenza. Basta un saluto, uno sguardo per far “vivere dentro” una persona, uno sguardo che fa vivere, benedice, dà vita. Con un “buongiorno” io dico tante cose, dico: “Sono contento che tu sei quello che sei, che Dio ti abbia collocato sul mio cammino e di averti incontrato oggi, per questo ti saluto”. “Ave” è il saluto dell’Angelo a Maria. Mi accorgo dell’altro con gratitudine, attenzione, gioia, reverenza e per questo lo saluto. Un saluto non dato, mancato, specie quando è un saluto volutamente mancato, trasmette a quell’uomo (in casa, a scuola, per strada): “Mi spiace che tu sei, mi spiace che Dio ti abbia creato, mi spiace d’averti incontrato sul mio cammino, per quanto sta in me tu potresti anche non esistere. Sarei più felice”. Per quanto sta in me, con un saluto omesso io aumento, annullo la creazione di Dio e con un saluto sfuggente o con un saluto non dato col cuore, dico all’altro: “Tu per me sei niente”. Da Giovanni nel Vangelo: “Chi non ama, chi non guarda con simpatia, è omicida”. San Paolo: “Se tu non ami, non illuderti, sei niente, ma se anche tu non sei amato o sei amato male, sei niente”. Soltanto con l’esperienza dell’amare, alta, riuscita, grande, positiva, noi facciamo l’esperienza dell’essere, della vita. Noi siamo qualcuno quando c’è qualcuno che ci chiama per nome e che ci chiama con un accento, senza il quale noi entriamo nel nulla.


Non ho che pochi appunti sui discorsi di don Michele Do e non so neanche dove li posso avere lasciati. Sacerdote, teologo, cercatore instancabile di Dio, viveva a casa Favre, in cima al paesello di Saint Jacques in Val d'Ayas.
Ospitava chiunque nella sua casa, parlava ai ragazzi langaroli in vacanza nella baita albese e con David Maria Turoldo con lo stesso entusiasmo.

C'è chi invece quegli appunti, anche se pochi, li ha conservati e riscritti.

Etichette:

AddThis Social Bookmark Button
 
posted by Giampiero Busato at 9:21 AM | Permalink | 0 comments
27 settembre 2007
Ecco a voi l'Udeùrre!
- il post è sospeso per accertamenti -

Etichette:

AddThis Social Bookmark Button
 
posted by Giampiero Busato at 1:23 PM | Permalink | 0 comments
24 settembre 2007
Tiggì dei dementi



Mi dispiace tanto che tocchi ai cabarettisti fare il mio mestiere ma io m'occupo di altro e questa analisi dell’informazione in Italia di Sabina Guzzanti, comico di professione, è da trascrivere tal quale.
Ecco perché la trascrivo tal quale.


L’idea che ho è che l’informazione in Italia sia una cosa incedente, a cominciare dalla televisione: ci siamo disabituati a sapere cos’è l’informazione. Ci convinciamo di aver capito una cosa guardando il telegiornale che ci spiega qualsiasi cosa stia succedendo in Parlamento in questi termini.
Ti dicono per esempio: scontro tra maggioranza e opposizione sul decreto legge piripicchio, detto legge... brodo, che ne so. Approfondiamo. Vedi il servizio, lo speaker ripete la stessa identica cosa poi dà la parola ai politici che ti dicono:
il premier dice: ci vuole compattezza
i DS dicono: difficoltà ma non drammatizzare
la Margherita dice: un passo avanti senza strappi
Rifondazione dice: una legge per indebolire ceti già indeboliti
Di Pietro: una vergogna nel caso in cui
I Radicali: una vergogna punto
Forza Italia chiede le dimissioni del premier
Alleanza Nazionale dice che è una legge che favorisce i clandestini
La Lega: è una legge criminale
Ude: è una trappola
L’Udc: ancora una volta si impedisce la crescita del Paese.

E questo collage demenziale la chiamano informazione pluralista. Ora, tu ti aspetti che tornino (congiuntivo di Busato) in studio e ti spieghino (congiuntivo di Busato) di che cavolo stanno parlando e invece nessuno te lo spiega. Questa non è informazione, questa non è una cosa al servizio dei cittadini perché a noi non hanno detto niente di ciò di cui stanno parlando: hanno dato un pezzettino di spazio lottizzato a ogni politico per rendersi visibile, perché così noi quando andiamo a votare sappiamo chi è. È pubblicità pura e semplice.

Quello che c’è scritto sul giornale non è diverso, perché appunto Repubblica e Corriere della Sera per parlare dei più grossi, il Riformista è piccolo ma anche i giornali più piccoli funzionano allo stesso modo...
Ci sono questi editoriali di questi editorialisti che sono autorizzati a indignarsi, che fanno dei predicozzi infiniti con citazioni colte di tutti i tipi sempre più spesso a sproposito perché poi oramai non c’è più nessuno che li controlli (congiuntivo di Busato) ce ne devi schiaffare almeno tre, o ci metti Flaiano, o un dato dell’Ocse, un verso del Corano, ci metti un verso di Catullo, un aneddoto su Churchill e un’altra fesseria, sono cose tanto per dire: io che parlo la so lunga, tu lettore non vali un accidente.
Fanno la predica su delle cose che costantemente il giornale su cui scrivono smentisce.
Cioè, se la predica è: basta con le polemiche sterili il giornale avrà commissionato delle polemiche sterili apposta.
Se la predica è: basta col degrado culturale quel giornale fomenterà il degrado culturale facendo sempre pubblicità alle cose più banali, più vendute, ai luoghi comuni, alle cose più conservatrici.
In realtà i giornali e i giornalisti hanno un potere enorme e fingono di denunciare delle cose che loro fomentano: producono realtà minacciando, come quando dicono: “C’è il pericolo che torni il terrorismo” in realtà significa “Continuate a rompere le scatole e tornerà il terrorismo e ci sarà la repressione della polizia”.

Riotta, se posso dire, perché siccome si è arrabbiato per una battuta del film dell’aragosta facendo una lezione sull’Espresso su che cos’è il giornalismo, una cosa che fa veramente ridere i polli nel senso che cita tutti i suoi professori americani, dove ha studiato, che cos’è il giornalismo, che cos’è l’obiettività, cosa sono i fatti e dirige il Tg Uno, che è un telegiornale indecente. Per esempio la notizia di Grillo, per dire, del V-Day, il Tg Uno ha dato 29 secondi, ne ha dati altrettanti al matrimonio di Baldini, per dire, in fondo alla notizia, ha fatto un servizio infinitamente più lungo su due subacquei che erano stati sott’acqua per ben due settimane!
Questo l’otto settembre. E Riotta ci fa una lezione di giornalismo.

Allora: tutti i giornalisti che lavorano in Rai e che riescono a dirigere un telegiornale, io dico, sono lì rubando il posto a dei giornalisti veri, che proprio perché sono giornalisti veri non riusciranno mai a diventare direttori di telegiornali, così come non riuscirà mai a diventare direttore di qualcosa una persona che ci capisce qualcosa: per questo l’indignazione di Grillo ha il suo senso.


View blog reactions
AddThis Social Bookmark Button
 
posted by Giampiero Busato at 8:58 PM | Permalink | 0 comments
Il lavoro per noi. Anzi, per voi





Per noi la forma normale di occupazione è il lavoro a tempo indeterminato, perché riteniamo che tutte le persone devono potersi costruirsi una prospettiva di vita e di lavoro serena. In tal senso, crediamo che il lavoro flessibile non possa costare meno di quello stabile e che tutte le tipologie contrattuali a termine debbano essere motivate sulla base di un oggettivo carattere temporaneo delle prestazioni richieste e che non debbano superare una soglia dell’occupazione complessiva dell’impresa. [...]

Per quanto riguarda il lavoro a progetto, che vogliamo sottoposto alle regole dei diritti definite dalla contrattazione
collettiva, puntiamo ad eliminarne l’utilizzo distorto, tenendo conto dei livelli contrattuali delle categorie di riferimento e con una graduale armonizzazione dei contributi sociali. In particolare, occorre garantire una relazione tra versamenti e prestazioni e prevedere che l’innalzamento dei contributi non sia totalmente a carico di questi lavoratori. Ci impegniamo ad adottare iniziative di carattere legislativo per rendere certi i percorsi di stabilizzazione del lavoro e per monitorare la formazione professionale al fine di scongiurare abusi e distorsioni nell'attuazione degli istituti contrattuali.


La fonte di tanta sapienza è il programma dell'Unione, pagina 162. Il "lavoro per noi" dev'essere la chiave di lettura del paragrafo: il loro lavoro deve essere a tempo indeterminato, il nostro rimanga pure così com'è.
Eppure dovrebbe essere l'opposto: un parlamentare ha un mandato, un po' come un vero lavoro a progetto. Il progetto affidato all'eletto è realizzare un programma. Se non lo fa viene... licenziato.

GB ha rappresentato al ministro per l'attuazione del programma, Giulio Santagata, le rimostranze per l'inadempimento contrattuale dell'impegno di pagina 162.
Santagata, GB il programma lo ha scaricato e lo tiene sulla scrivania del Pc. Lei, piuttosto, dove lo ha scaricato?



View blog reactions

Etichette:

AddThis Social Bookmark Button
 
posted by Giampiero Busato at 12:40 PM | Permalink | 0 comments
20 settembre 2007
Azioni di riequilibrio
Bertinotti, Lama, Berlinguer. Mao, Che Guevara, Cuba, Democrazia Proletaria. Alternativa, salariati, ammortizzatori sociali.
E poi scala mobile, lavori socialmente utili, socialismo reale, marxisti e leninisti.


Perdonatemi ma gli annunci pubblicitari di Google, che scandagliano i testi del blog alla ricerca di parole chiave per scegliere gli inserzionisti, risentono delle invettive contra Casinem et Giovanardem: spero di rimettere le keywords in pari con questo flusso di coscienza brezneviano. Anzi, trotskista.


View blog reactions
AddThis Social Bookmark Button
 
posted by Giampiero Busato at 8:09 PM | Permalink | 0 comments
Precari e contenti, licenziabili e felici
Così è intitolata la rubrica a pagina quattro di oggi del Foglio, il cui direttore mi ha risposto così.

Il “defunto giuslavorista” è un eroe civile assassinato da un branco di lupi. Questo per la precisione terminologica e morale. Il precariato non è comodo, e non è il solo, lei, ad aver fatto una gavetta difficile, con tutele rinviate. Capitava anche alle generazioni del passato. E ci sono paesi dove si è meno precari perché esiste l’istituto del licenziamento che genera mobilità e ottimi livelli di occupazione. Licenziabili e felici? Preferisce questa formula?
Giuliano Ferrara


Per la precisione terminologica, ci mancherebbe. La stessa che mi obbliga, da inflessibile precario, a non giustapporre flessibilità e precariato. Ben venga la prima, scompaia la seconda.
GB, che replica così a GF:

Gentile Direttore,
accetto e condivido la precisazione terminologica su Biagi. Accoglierei pure con favore l'istituto del licenziamento 'disinvolto', sì, a un patto: l'introduzione del reato di favoreggiamento e induzione al precariato. Che, per precisione dei termini, sta alla flessibilità come il meretricio al fidanzamento. Chi usa gli strumenti della legge Biagi per rendere precario a tempo indeterminato il lavoro flessibile, truffando il lavoratore e lo Stato (cui versa somme ridicole nei casi di contratto a progetto) è tanto responsabile della stagnazione del mercato quanto chi ancora invoca le tutele dello statuto dei lavoratori senza rendersi conto che, per salvarne uno, ne affoga cento.


View blog reactions

Etichette:

AddThis Social Bookmark Button
 
posted by Giampiero Busato at 1:06 PM | Permalink | 0 comments
19 settembre 2007
E son cose pazzesche...
D’altra parte lei di lavoro nero e di fatica ne sa qualcosa, “a diciott’anni lavoravo in un’azienda di macellazione di tacchini – racconta – Stavo in catena di montaggio”. E così rivela il paradosso: “Negli anni Settanta e Ottanta i precari ufficialmente non esistevano perché lavoravano senza tutele, adesso sono invece il dodici per cento degli occupati. La cosa pazzesca è che nonostante ciò la legge Biagi resta, per una certa vulgata, la bandiera del lavoro flessibile, anzi del suo doppio oscuro: la precarietà”.


(Il Foglio, 19 settembre 2007: Precari e contenti)

Lasciando perdere “la cosa pazzesca”, che se lo dice Beppe Grillo mi sta bene ma se lo trovo scritto su un giornale da una giornalista rischia di partirmi in circolo l’embolo, dicevo, la collaboratrice del Messaggero Angela Padrone ha scritto un libro in cui difende la flessibilità canonizzata dalla legge Biagi.

Domanda: quanti rapporti di lavoro subordinati sono stati, grazie alla permissività della legge Biagi, ricondotti a collaborazioni a progetto? Quanti lavoratori sono di fatto dipendenti e formalmente collaboratori? Giacché appartengo alla categoria vorrei spiegare ad Angela Padrone che avrei preferito di gran lunga lavorare in nero. Almeno quando il datore di lavoro mi magnificava il co.pro sostenendo che avrebbe pagato meno allo Stato per dare di più a me, lo avrebbe fatto davvero. Invece la legge mi obbliga a versare di tasca mia i contributi che l’azienda non paga, togliendomi una delle dodici mensilità. E la tutela? Quale tutela? Ogni anno il contratto scade, se non lo desidera l’azienda non lo rinnova, fine del rapporto di lavoro.

Una cosa pazzesca. Neh?

P.S. Ho scritto anche al Direttore del Foglio.
Gentile Direttore,
non è che, per caso, la Padrone di "Precari e contenti" si sia fatta sfuggire la frode che la legalizzazione del precariato porta con sé?
Glielo chiedo perché, da giornalista precario (pardon: free lance) ho lavorato per due anni, di fatto, da subordinato: turni di lavoro da rispettare cinque giorni a settimana, straordinari, lavoro notturno, festivo e superfestivo. Il tutto coperto - occultato, direi - da un contratto a progetto nel quale si specifica che il lavoratore ha la piena autonomia di gestione degli orari e degli impegni e grazie al quale nulla di ciò che è previsto dal contratto nazionale dei giornalisti mi è stato riconosciuto (nemmeno i contributi, il Tfr, la tredicesima et cetera).
La legge non obbliga i furbi a piegarla ai propri illegittimi interessi, certo. Ho troppo rispetto del defunto giuslavorista Marco Biagi, però, per concludere che non ci avesse pensato.
AddThis Social Bookmark Button
 
posted by Giampiero Busato at 2:38 PM | Permalink | 0 comments
18 settembre 2007
Nucleare: stop al caos, ci pensa Casini


Per il leader Udc la soluzione ai gravi problemi energetici a cui andiamo incontro è solo una: «ricerca sul nucleare sicuro che non inquini e che rappresenti una fonte di energia pulita». (Il Giornale, 18 settembre 2007)


In attesa che Pierferdy Casini scopra la ricetta del gelato al pistacchio che riduce il girovita e dell'automobile che non consuma niente dico sì alla sua proposta. Con tre clausole:

a) la centrale nucleare andrà costruita entro cento metri dal domicilio di Casini;
b) le scorie nucleari andranno seppellite nel quartiere di Casini;
c) tutti i vicini di casa di Casini potranno usufruire di un buono per la permuta della loro abitazione con dimora di pari valore a distanza di sicurezza dai bidoni di liquami radioattivi della centrale. E da Casini.

Etichette:

AddThis Social Bookmark Button
 
posted by Giampiero Busato at 12:17 PM | Permalink | 1 comments
09 settembre 2007
Pensieri incasinati

(il banchetto del V-day ad Asti, foto Busato)

Gentile Pier Ferdinando Casini,
ieri mi sono messo alla guida della mia utilitaria di seconda mano per farmi ottanta chilometri e firmare le tre proposte di legge popolare promosse da Beppe Grillo nel Vaffanculo Day.
Sa, con i miei trentuno anni, una laurea in legge, un affitto in nero, un contratto a progetto che nasconde una realtà da lavoratore dipendente sottopagato ho ritenuto in coscienza – e perdoni il populismo - di dover dare il mio modesto contributo per fare in modo che la classe dirigente del mio Paese sia almeno degna della stima che ho del mio vicino di casa (che ha la terza media, conosce un centinaio di vocaboli e vanta un paio di condanne alle spalle per furtarelli). Non abito nella periferia di una zona disagiata, non sconto handicap culturali, non vivo l’emarginazione: al contrario abito nella provincia ricca del Piemonte, ho il suo stesso titolo di studio e una ottima famiglia alle spalle, lavoro e conduco una vita più agiata di gran parte dei miei coetanei.

Questa mattina ho letto le sue dichiarazioni sul populismo delle assemblee spontanee di Grillo e sul vergognoso – se c’è stato, lo è – applauso alla morte di Marco Biagi. Giusto, lei ha fatto bene a dirlo: in molte manifestazioni a libero accesso si trova di tutto, dal deficiente al letterato, dal cialtrone estremista al fine cultore delle scienze sociali.
Tuttavia, vede, con i miei non eccessivi euro da falso “co.pro.”, una pensione in gestione separata che mi ‘mangia’ una delle dodici mensilità (ed è talmente esigua che non potrò mai riscuotere) e un’idea di famiglia che non mi posso neanche permettere di sognare, giacché non vorrei passare le notti insonni a ogni scadenza di contratto dovessi avere un piccolo da sfamare, non ho potuto fare a meno di ricordare ciò che l’Espresso scriveva di lei giorni fa (1).
Lei, che odia il populismo e difende la cultura civica e politica, mi pare tuttavia cadere nei più biechi luoghi comuni del privilegiato approfittatore italico: compra trenta vani in via Clitunno a Roma al prezzo col quale dalle mie parti, in Piemonte, ci si fa una bella villa in collina e niente più. Divorzia e si accoppia con la rampolla di una delle famiglie più potenti e ricche d’Italia (l’amore è cieco, per carità). Se la memoria non mi tradisce va riferito parimenti a lei un pensiero sull’onorevole Di Pietro, tacciato di essere un populista, un demagogo, una vergogna della politica italiana. Populista perché non vuole criminali nelle liste elettorali. Se la memoria continua a non tradirmi a suo parere il condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e già condannato in via definitiva per false fatture e frode fiscale Marcello Dell’Utri, l’uomo politico che – parole sue - non sta né con la mafia né con l’antimafia, “merita solidarietà”. Perché voler cacciare un parlamentare indegno, lei dirà, è facile, indegno populismo di piazza.
Faccio ossequio alla sua singolare cultura politica, che rispetto e non condivido. È curioso, tuttavia, che proprio lei, giovanotto che – se non sbaglio, ai tempi di Mani Pulite non avevo più di quindici anni – veniva simpaticamente definito “onorevole sfondo”, una sorta di badante dell’ex segretario democristiano Arnaldo Forlani, abbia sviluppato una tale sensibilità contro i luoghi comuni e i giudizi da bar sport. Sì, perché fatico a capire se sono io a pensare male di lei in mala fede, magari perché ottenebrato da squallidi pregiudizi da ometto della strada quale secondo lei dovrei essere stanti le sue opinioni, oppure se è proprio lei che mi dà oggettivamente da pensare male. Penso al signor Cesa e mi viene in mente un pregiudicato reo confesso per tangenti: è il segretario del suo partito. Faccio peccato a pensare che dappertutto dovrebbe stare, ma non in Parlamento? Dovrei vergognarmi io o toccherebbe, semmai, a lui?
Penso a Mele, suo collega che predica la coppia sposata coi sacramenti, che mi vuol far sentire uno sfasciafamiglie, un senzadio e poi va in albergo a festeggiare, ma non con la moglie. Fatti suoi, certo. Ma sono un populista ad avvertire fitte alla pancia sapendo che i miei contributi servono anche per pagare lo stipendio di Mimmo Mele? Mi dica lei. Penso a Giovanardi… e qui mi fermo prima di iniziare, forse è meglio.
Insomma: se proprio lo desidera la mia parte di vergogna per aver partecipato al Vaffanculo Day insieme a qualche zoticone dall’insulto facile me la prendo, d’accordo. Resto dell’idea che il Paese cui penso io, che è poi quello che mi hanno insegnato sui banchi del liceo prima e all’università dopo, e che è pure quello che avrebbero dovuto insegnare a lei avendo frequentato con un ventennio d’anticipo le stesse mie aule, ben difficilmente permetterebbe che fossero affidati incarichi istituzionali a chi lei difende e neanche a chi, come lei, vorrebbe all’indice i populisti che agitano non manette, non cappi né lanciano monetine ma che banalmente predicano un minimo di dignità nella cosa pubblica. A proposito: lei a quale categoria ritiene di appartenere?

(1) L'espresso n. 35 del 6 settembre 2007, Casa Nostra

Etichette:

AddThis Social Bookmark Button
 
posted by Giampiero Busato at 3:33 PM | Permalink | 2 comments
06 settembre 2007
We want Beppe for Ginnasio


Caro Sindaco di Alba,
siamo cresciuti al Ginnasio-Liceo classico di Alba e ne siamo usciti da più di un decennio. Non senza nostalgia, tanto che il passaggio in via Calissano e la vista del portone difficilmente lasciano indifferenti nonostante lo scorrere del tempo. Ci siamo chiesti per lungo tempo – e prima di rivolgerci a lei abbiamo posto la questione al preside dell’istituto – il motivo per cui il nostro liceo fosse associato a una figura che, in tutta onestà, troviamo nostro malgrado slegata da ricordi ed emozioni, quella del generale nativo di Isola d’Asti Giuseppe Govone. Da ciò che abbiamo saputo pare che la vicenda della sostituzione di Govone sia annosa: eppure, così ci viene detto, non c’è modo di… destituirlo.
Perché non si può prescindere dal continuare a intitolare un luogo di cultura e di formazione della personalità a un generale dell’esercito? Un militare che – non lo diciamo noi ma Denis Mack Smith nella sua ‘Storia d’Italia’ – vanta, sì, medaglie ma anche meriti come questi: “Il generale Govone era un piemontese che aveva imparato sul continente che la severità e magari anche la crudeltà potevano essere necessarie, e la Sicilia dovette così sopportare sei mesi di operazioni militari su vasta scala. Famiglie e villaggi interi vennero trattenuti in ostaggio e dovettero subire gravi violenze. Govone tagliò a diversi villaggi l’erogazione dell’acqua proprio nel pieno della calura siciliana, fece ricorso alla tortura per ottenere informazioni e addirittura lasciò bruciare viva la gente nelle case. Le cose peggiorarono ancor più quando egli spiegò pubblicamente a sua giustificazione che i siciliani erano barbari e non si poteva trattarli che duramente”.
Cuore di pietra (così lo soprannominò Carlo Alberto), sostiene Giorgio Boatti nel suo libro dedicato al generale, potrebbe aver scelto di togliersi la vita anche per i segni della sanguinosa repressione meridionale della quale fu convinto artefice. Ma non è questo il luogo per un dibattito storico. Mancassero, difatti, le alternative allora la relativa notorietà del personaggio potrebbe, bene o male, giustificare la difesa della scelta. Ma l’alternativa c’è e lei non può non conoscerla: si chiama anche lui Giuseppe. Di cognome Fenoglio. Scrittore e partigiano, alunno del liceo. Non si rese protagonista di azioni belliche a Sebastopoli né guidò il Dicastero della Guerra ma ci ha lasciato le pagine più belle mai scritte per Alba, sul retro dei fogli commerciali dell’azienda vinicola per cui lavorava. Il mondo ce lo invidia, forse un po’ più del generale Govone. Perché no, caro signor sindaco?

Con stima
AddThis Social Bookmark Button
 
posted by Giampiero Busato at 4:41 PM | Permalink | 0 comments