
(il banchetto del V-day ad Asti, foto Busato)
Gentile
Pier Ferdinando Casini,
ieri mi sono messo alla guida della mia utilitaria di seconda mano per farmi ottanta chilometri e firmare le tre proposte di legge popolare promosse da Beppe Grillo nel Vaffanculo Day.
Sa, con i miei trentuno anni, una laurea in legge, un affitto in nero, un
contratto a progetto che nasconde una realtà da lavoratore dipendente sottopagato ho ritenuto in coscienza – e perdoni il populismo - di dover dare il mio modesto contributo per fare in modo che la classe dirigente del mio Paese sia almeno degna della stima che ho del mio vicino di casa (che ha la terza media, conosce un centinaio di vocaboli e vanta un paio di condanne alle spalle per furtarelli). Non abito nella periferia di una zona disagiata, non sconto handicap culturali, non vivo l’emarginazione: al contrario abito nella provincia ricca del Piemonte, ho il suo stesso titolo di studio e una ottima famiglia alle spalle, lavoro e conduco una vita più agiata di gran parte dei miei coetanei.
Questa mattina ho letto le sue dichiarazioni sul populismo delle assemblee spontanee di Grillo e sul vergognoso – se c’è stato, lo è – applauso alla morte di Marco Biagi. Giusto, lei ha fatto bene a dirlo: in molte manifestazioni a libero accesso si trova di tutto, dal deficiente al letterato, dal cialtrone estremista al fine cultore delle scienze sociali.
Tuttavia, vede, con i miei non eccessivi euro da falso “co.pro.”, una pensione in
gestione separata che mi ‘mangia’ una delle dodici mensilità (ed è talmente esigua che non potrò mai riscuotere) e un’idea di famiglia che non mi posso neanche permettere di sognare, giacché non vorrei passare le notti insonni a ogni scadenza di contratto dovessi avere un piccolo da sfamare, non ho potuto fare a meno di ricordare ciò che l’Espresso scriveva di lei giorni fa (1).
Lei, che odia il populismo e difende la cultura civica e politica, mi pare tuttavia cadere nei più biechi luoghi comuni del privilegiato approfittatore italico: compra trenta vani in via Clitunno a Roma al prezzo col quale dalle mie parti, in Piemonte, ci si fa una bella villa in collina e niente più. Divorzia e si accoppia con la rampolla di una delle famiglie più potenti e ricche d’Italia (l’amore è cieco, per carità). Se la memoria non mi tradisce va riferito parimenti a lei un pensiero sull’onorevole Di Pietro, tacciato di essere un populista, un demagogo, una vergogna della politica italiana. Populista perché non vuole criminali nelle liste elettorali. Se la memoria continua a non tradirmi a suo parere il condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e già condannato in via definitiva per false fatture e frode fiscale
Marcello Dell’Utri, l’uomo politico che – parole sue - non sta né con la mafia né con l’antimafia, “merita solidarietà”. Perché voler cacciare un parlamentare indegno, lei dirà, è facile, indegno populismo di piazza.
Faccio ossequio alla sua singolare cultura politica, che rispetto e non condivido. È curioso, tuttavia, che proprio lei, giovanotto che – se non sbaglio, ai tempi di Mani Pulite non avevo più di quindici anni – veniva simpaticamente definito “onorevole sfondo”, una sorta di badante dell’ex segretario democristiano
Arnaldo Forlani, abbia sviluppato una tale sensibilità contro i luoghi comuni e i giudizi da bar sport. Sì, perché fatico a capire se sono io a pensare male di lei in mala fede, magari perché ottenebrato da squallidi pregiudizi da ometto della strada quale secondo lei dovrei essere stanti le sue opinioni, oppure se è proprio lei che mi dà oggettivamente da pensare male. Penso al signor
Cesa e mi viene in mente un pregiudicato reo confesso per tangenti: è il segretario del suo partito. Faccio peccato a pensare che dappertutto dovrebbe stare, ma non in Parlamento? Dovrei vergognarmi io o toccherebbe, semmai, a lui?
Penso a
Mele, suo collega che predica la coppia sposata coi sacramenti, che mi vuol far sentire uno sfasciafamiglie, un senzadio e poi va in albergo a festeggiare, ma non con la moglie. Fatti suoi, certo. Ma sono un populista ad avvertire fitte alla pancia sapendo che i miei contributi servono anche per pagare lo stipendio di Mimmo Mele? Mi dica lei. Penso a Giovanardi… e qui mi fermo prima di iniziare, forse è meglio.
Insomma: se proprio lo desidera la mia parte di vergogna per aver partecipato al
Vaffanculo Day insieme a qualche zoticone dall’insulto facile me la prendo, d’accordo. Resto dell’idea che il Paese cui penso io, che è poi quello che mi hanno insegnato sui banchi del liceo prima e all’università dopo, e che è pure quello che avrebbero dovuto insegnare a lei avendo frequentato con un ventennio d’anticipo le stesse mie aule, ben difficilmente permetterebbe che fossero affidati incarichi istituzionali a chi lei difende e neanche a chi, come lei, vorrebbe all’indice i populisti che agitano non manette, non cappi né lanciano monetine ma che banalmente predicano un minimo di dignità nella cosa pubblica. A proposito: lei a quale categoria ritiene di appartenere?
(1) L'espresso n. 35 del 6 settembre 2007,
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