29 novembre 2007
Rispetto, amore e meraviglia

Don Michele era un sacerdote albese, un teologo, un grande uomo. Da Alba andò a Roma, nel 1945 decise di ritirarsi a Saint Jacques, minuscola frazione ad Aosta, nella val d'Ayas, e nessuno riuscì più a portarlo a valle, dove lo volevano il cardinale di Torino e mille altre parrocchie. Don Valentino, parroco ad Alba, disse: "Con don Michele capii che le aquile vivono sulle alte vette e non si adattano a fare gli animali da cortile".
Non leggetelo qui, don Michele. Stampatelo, mettetevi i fogli in tasca e apriteli quando avete un po' di tempo.
GB
La prima esperienza fondamentale e vitale dell’uomo è l’attenzione. Senza attenzione non c’è rispetto. Il rispetto è meraviglia, senso di stupore, lo stupore che ammira e interroga. Il rispetto è reverenza, adorazione, qualcosa di interiore, attitudine fondamentale che noi abbiamo di fronte al sacro, al divino. Atteggiamento attivo che viene dalla parola poesia nel senso originario greco e significa "fare (e non guardare) cose belle".
Quindi il rispetto deve concludersi nel diventare uomini che sanno fare cose anche degne di rispetto.
a) L’attenzione. C'è nel Vangelo una preghiera molto bella che spesso dimentichiamo, è quella del cieco che dice: “Signore, fa' che io veda”. Un medico patologo, ogni volta che si metteva davanti al microscopio per analizzare un frammento, diceva questa preghiera. Il primo atteggiamento di rispetto nasce dall’attenzione come accorgersi: mi accorgo che ci sono, che le cose sono, che ci siete. Senza attenzione le cose non sono, non esistono; le cose esistono solo per chi è attento, per chi sa vedere.
Una delle figure più alte del nostro tempo, donna eccezionale, è Simone Weil. Figura da accostare a Gandhi, a Madre Teresa… Nel suo pensiero il posto centrale è dato all’attenzione.
Parte delle nostre tristezze nasce proprio da qui, dove noi ci aspettiamo un’attenzione, nessuno si accorge di noi, di ciò che abbiamo fatto. Quando non ci accorgiamo non c’è rispetto. Accorgersi è vedere, ma c’è un vedere che è solo registrare: questo non è vedere.
Quante sofferenze, vite sterili che potevano dare e non danno niente perché non c'è stato lo sguardo di simpatia di qualcuno che le ha viste!
Episodio del Vangelo: Cristo si reca da un uomo paralizzato da venti o trent'anni e gli chiede: “Vuoi guarire?”. L’uomo risponde: “Sì, come non vorrei guarire! Ma io non ho nessuno e non sono nessuno per nessuno”.
Anche nella scuola c’è bisogno di questo sguardo di simpatia, di questo calore umano per aiutare il ragazzo a crescere, calore che è attenzione, è accorgersi, è guardarlo, è vederlo. E' doveroso insistere sul saluto quando si entra in classe, non quello gridato, ma accorgersi che c'è una maestra, ci sono i ragazzi e quando ci si accorge che c’è qualcuno si saluta: “Buongiorno”, non per educazione, per galateo o convenienza sociale.
E' un saluto in cui nell'accento, nello sguardo c’è il calore di un’anima, è un atto metafisico. Purtroppo la capacità del saluto e la sua profondità vanno scomparendo.
Che cosa vuoi dire un saluto dato? Si incomincia a casa, al risveglio o al rientro, se non siamo accolti da un saluto entriamo nel vuoto dell’indifferenza. Basta un saluto, uno sguardo per far vivere dentro una persona, uno sguardo che fa vivere, benedice, dà vita. Con un “buongiorno” io dico tante cose, dico: “Sono contento che tu sei quello che sei, che Dio ti abbia collocato sul mio cammino e di averti incontrato oggi, per questo ti saluto”.
“Ave” è il saluto dell’Angelo a Maria. Mi accorgo dell’altro con gratitudine, attenzione, gioia, reverenza e per questo lo saluto. Un saluto non dato, mancato, specie quando è un saluto volutamente mancato, trasmette a quell’uomo (in casa, a scuola, per strada..,): “Mi spiace che tu sei, mi spiace che Dio ti abbia creato, mi spiace d’averti incontrato sul mio cammino, per quanto sta in me tu potresti anche non esistere… Sarei più felice”.
Per quanto sta in me, con un saluto omesso io aumento, annullo la creazione di Dio e con un saluto sfuggente o con un saluto non dato col cuore, dico all’altro: “Tu per me sei niente”.
Da Giovanni nel Vangelo: “Chi non ama, chi non guarda con simpatia, è omicida”. San Paolo: “Se tu non ami, non illuderti, sei niente, ma se anche tu non sei amato o sei amato male, sei niente”. Soltanto con l’esperienza dell’amare, alta, riuscita, grande, positiva noi facciamo l’esperienza dell’essere, della vita. Noi siamo qualcuno quando c'è qualcuno che ci chiama per nome e che ci chiama con un accento, senza il quale noi entriamo nel nulla. II saluto (non solo imporlo ai ragazzi, ma darlo noi) è estremamente importante, perché significa accorgersi. Dove nessuno si accorge della nostra presenza, noi siamo niente anche se siamo attorniati da tanta gente.
Seconda esperienza è la:
b) meraviglia. La meraviglia è accorgersi di qualcuno, di qualcosa che incontriamo sul nostro cammino ed è un accorgersi che si fa stupito, meravigliato e interrogante. Come in grammatica ci sono il punto esclamativo, interrogativo, i punti sospensivi, le parentesi che sono parti importanti, così sono importanti come momenti della vita, La meraviglia è la capacità di usare il punto esclamativo, l'ammirazione per una cosa bella, e il punto interrogativo indica: “Da dove? Perché?”. Se l'uomo non sa usare il punto esclamativo e il punto interrogativo, non nasce l’uomo.
A proposito della meraviglia che è la radice della scienza e di ogni religiosità, Albert Einstein in Come io vedo il mondo (raccolta autobiografica) dice: "La religiosità dello scienziato consiste nell’ammirazione estasiata delle leggi della natura, che si riveli una mente così superiore che tutta l’intelligenza messa dall’uomo nei loco pensieri non è al cospetto di essa che un riflesso minimo. Questo sentimento è il leit-motiv della vita, degli sforzi dello scienziato nella misura in cui può affrancarsi dalla tirannia dei suoi egoistici desideri. Indubbiamente questo sentimento della meraviglia è parente prossimo di quello che hanno provato le menti creatrici di tutti i tempi. La più bella sensazione è il lato misterioso della vita, è il sentimento profondo che si trova sempre nella culla dell’arte e della scienza pura. Chi non è più in grado di provare né stupore né sorpresa è per così dire morto, i suoi occhi sono spenti. L’impressione del misterioso sia pur misto al timore ha suscitato tra l’altro la religione”.
Tre espressioni per dire ciò che noi diciamo con un’unica parola. Vedere (il greco è più ricco di sfumature, usa infatti tre termini.
- C’è un vedere che è un registrare dall'esterno le cose (i nostri occhi registrano tante cose, ma noi non vediamo tutto ciò che ci circonda) senza inquietudine, interrogativi, senza turbamenti, commozione, senza ammirazione.
- C’è un vedere quando nasce il sospetto che dietro questa realtà ci sia un qualcosa di nascosto e di profondo; è il momento della meraviglia e dell’interrogazione.
- C’è un vedere la verità profonda di una cosa, la verità interiore.
Molto importante per il bambino è saper vedere, cioè interrogarsi. La grande domanda che dobbiamo sempre porci a tutti i livelli, quindi anche il bambino, è; “Perché c'è l’essere e non il nulla? Perché ci siamo?”. Di qui incomincia il pensiero filosofico e anche l’uomo. Senza questi interrogativi, questo stupore non nasce l’uomo e nel bambino bisogna coltivarli. Don Primo Mazzolari aveva tenuto una serie di incontri con le insegnanti sull'incontro del bambino con i grandi misteri della vita; la morte, la malattia, l’amore, la donna. Occorre veramente preparare il bambino a questi incontri e non evitarli, ma far emergere gli interrogativi, prepararli, orientarli, analizzarli.
Quand’è che nasce l’uomo nell’ipotesi dell’evoluzionismo? Cioè quando noi ascendiamo (e non discendiamo) da forme di vita animali? Quando nel branco che va, qualcuno per la prima volta viene fuori mentre il branco prosegue (nostro compito educativo è proprio quello di far emergere), quando uno o due hanno alzato gli occhi e hanno visto per la prima volta le stelle, hanno sentito sul loro cuore il peso del mistero delle stelle. Qui possiamo dire che è nato l’uomo, quando l’uomo per la prima volta ha saputo guardare la propria compagna di branco, non come bestione tutto sesso, ma come Adamo nel giorno della creazione, con cuore conturbato e commosso, c’è stato un altro sguardo.
Nasce l’uomo quando questi si interroga, si pone dei quesiti, si dilata nella meraviglia e si pone dei perché di fronte ai misteri della vita che sono di sempre e di ogni uomo, colto o incolto. Un uomo che non trova mai nulla di grande da ammirare non è un uomo, non sa usare il punto esclamativo e neanche il punto interrogativo, non sa ammrirare e interrogarsi. Il rispetto nasce da questa ammirazione e dal sospetto che dietro c’è qualcosa di più profondo che non conosco ancora.
La meraviglia si dilata nell’ammirazione, si fa pensosa e si interroga di fronte a tutte le realtà della vita. Non è che al bambino dobbiamo chiudere una visione della vita, deve saper vedere la morte, la sofferenza… Ma bisogna che sia preparato a vedere questi aspetti della vita. Se gli evitiamo queste realtà succede come al principe indiano che era stato elevato nel grande castello fiabesco dove tutto doveva essere segno di vita dirompente, trionfante, gioiosa, dove non ci dovevano essere segni di vita ferita o di tristezze. Un giorno costui vuole uscire da questa prigione dorata e incontra sulla sua strada uno che cammina curvo col bastone; chiede chi era, gli dicono che è colui che viene chiamato “vecchio”. Di qui comincia a capire che la vita si incurva, era una realtà a lui sconosciuta. Quando incontra un uomo steso a terra con tanta gente che si affanna attorno vuole sapere chi è:è un ammalato, realtà anche questa che non conosceva. Capisce per la prima volta che la vita non solo s’incurva ma è anche ferita… Quando incontra un morto capisce che la vita va anche incontro alla morte e capisce che vi era tutto uno strato profondo di realtà che gli era sempre stata nascosta e inizia così il suo grande risveglio.
c) Reverenza: è il senso del mistero (non nel senso banale, non bamboleggiamo mai con i bambini, a loro dobbiamo dare il meglio di noi in modo che il bambino possa recepire).
II mistero è l'inesauribile della vita, è la profondità misteriosa di ogni cosa, è che le cose sono più di quello che appaiono e ogni cosa ha una sua profondità che l’uomo non raggiunge mai del tutto, perché il mistero dentro e fuori di noi è il cuore di tutte le cose che arriveremo mai a raggiungere totalmente, il fondo ultimo delle cose. Il mistero è la dimensione profonda delle cose. Ecco perche nella religiosità greca c’era l’altare al Dio sconosciuto del mistero.
Non dobbiamo mai banalizzare il mistero perché è nel cuore di noi, di tutte le cose e di Dio stesso. E’ triste vedere che la religione che dovrebbe essere custode del mistero, le Chiese spesso sono diventate luogo della banalità dove è stato esorcizzato il senso alto del mistero e dove non risuonano più né le alte domande né le allusioni alle altissime risposte. Non c’é più l’educazione a percepire il mistero che è nel cuore di tutte le cose. “Dio ha messo, ha seminato nel cuore delle cose il mistero”. Il senso del mistero dovrebbe essere il dato profondo di ogni uomo che pensa, e il senso che ci avvolge e ci trascende. La reverenza è il chinare il capo nel silenzio adorante, pensoso, contemplante di questo mistero che ci trascende. Adorare non vuol dire capire, vuol dire avere il senso del mistero che ci trascende, la reverenza.
Reverenza non solo di fronte al mistero ma senso di rispetto di fronte a tutto quello che è più grande di noi, a tutto quello che è bello, che è sublime. Non si ride davanti alle stelle. Le cose sublimi esigono questo atteggiamento di rispetto profondo. La reverenza diventa quindi attitudine essenziale che deve esserci in ogni uomo, non si tratta di fede, e accogliere dentro di noi senza impoverirlo il mistero di Dio, delle cose, di noi stessi. Come dare al bambino il senso autentico del mistero? Mistero che e dentro ogni uomo. E’ importante togliere nel bambino, e prima ancora in noi stessi, il senso di arroganza verso le cose, c’è un’ignoranza che sa, e c’è un’ignoranza presuntuosa, arrogante, che non ha il senso del mistero.
Se anche non do un volto divino al mistero, il senso del mistero mi dovrebbe far rispettoso di fronte alle cose, sto attento per lo meno a non sciuparle. “Non essere arroganti, non credere di aver esaurito il fondo delle cose”: coloro che canticchiano il loro inno a Dio sì da sembrare che l’abbiano conosciuto in un incontro di dimestichezza, lasciano molto da pensare, così pure chi a diciott'anni, troppo facilmente, si professa ateo, mentre molti, già anziani, sentono ancora dentro di sé “l'ateo” e il “credente” che combattono tra di loro.
Non rispondiamo con troppa facilità, troppo presto, ma guardiamo dentro alle cose, altrimenti cadiamo nell’ignoranza arrogante, c’è una cultura che è peggiore dell’incultura. Non basta dare delle nozioni, perché è creare delle presunzioni di sapere, l’altro sapere è umile, non è orgoglioso.
Simon Weil: “Non può essere orgoglioso della sua intelligenza colui che la sua intelligenza la usa veramente". La vera intelligenza è modesta, non arrogante. E’ dovere dell’insegnante educare a questa continuità con i valori che ci stanno dietro le spalle e che il meglio di noi (anche il peggio) non e nostro, arriva da lontano e dobbiamo aiutare il bambino a mettere con gioia riconoscente le mani come Tommaso davanti a Cristo sulle stigmate luminose che nella vita quelli che ci hanno amato e hanno avuto un’anima grande, hanno collocato dentro di noi.
d) Adorazione. Significa dare un volto al mistero e allora il volto diventa sacro, c’è una radice profonda che è il senso del Rispetto, per cui tutto è sacro, tutto è Chiesa.
e) Atteggiamento attivo. Ognuno di noi deve fare. Avremo quindi il passaggio al senso del sacro, del religioso, si ha quindi una visione religiosa delle cose, che non è esteriore. Guardando il fiore del campo ci sono due modi di leggere, di sentire la religiosità delle cose e la religione; c’è una maniera estrinseca, per cui Dio è esterno a noi, è il padrone, è il monarca che impone una sua volontà arbitraria e dispotica che si impone all’altro, sono i comandamenti. Dio diventa estraneo e talvolta nemico, che opprime con la sua presenza. C’è un modo gioioso che ci fa vedere con intelligenza profonda, con il vedere che ci viene dallo Spirito, vedremo così dentro le cose la presenza nascosta e velata del Padre che è nei cieli che fa crescere il fiore e lo veste di bellezza, di profumo, di grazia. Come il fiore sente la presenza di Dio e la realtà non nemica ed esterna ma profonda, io la sento gioiosamente come la presenza creatrice, trasfigurante di bellezza che mi rende libero e mi dà nella vita dei compiti che sono di una libera creatività.
L’occhio deve abituarsi, e noi dobbiamo educare il bambino, a vedere Dio nel cuore profondo di tutte le cose e di noi stessi.
C’è un saluto indù che riassume questa profondità: l’indù quando incontra un altro indù in un gesto di altissimo significato, congiunge le mani all’altezza del capo o del cuore e salutando l’ospite o il pellegrino che incrocia con lui sul cammino dice: “Manaste” cioè “Salute, il Dio è in te”.
Quando arriviamo ad aver interiorizzato quest’immagine di Dio, sentita gioiosamente, noi siamo “a immagine e somiglianza di Dio”, quando sentiremo Dio con la stessa gioia con cui il fiore riceve la luce, noi abbiamo interiorizzato il messaggio evangelico e il regno di Dio. In questo momento, allora, tutto muta, la religione non è più un peso che ci opprime e ci costringe, ma è la presenza divina, creativa dentro di noi che ci fa crescere, ci dilata e ci fa diventare “anima grande”. Di qui nasce il rispetto, perché per il cristiano non c’è più niente di piccolo, di insignificante, ma tutto è grande, è sacro in ogni piccola vita, è divina, c’è il senso divino in ogni cosa.
Don Michele Do (molte grazie a Roberto).
Etichette: Pensieri rubati





