29 novembre 2007
Rispetto, amore e meraviglia



Don Michele era un sacerdote albese, un teologo, un grande uomo. Da Alba andò a Roma, nel 1945 decise di ritirarsi a Saint Jacques, minuscola frazione ad Aosta, nella val d'Ayas, e nessuno riuscì più a portarlo a valle, dove lo volevano il cardinale di Torino e mille altre parrocchie. Don Valentino, parroco ad Alba, disse: "Con don Michele capii che le aquile vivono sulle alte vette e non si adattano a fare gli animali da cortile".
Non leggetelo qui, don Michele. Stampatelo, mettetevi i fogli in tasca e apriteli quando avete un po' di tempo.
GB





La prima esperienza fondamentale e vitale dell’uomo è l’attenzione. Senza attenzione non c’è rispetto. Il rispetto è meraviglia, senso di stupore, lo stupore che ammira e interroga. Il rispetto è reverenza, adorazione, qualcosa di interiore, attitudine fondamentale che noi abbiamo di fronte al sacro, al divino. Atteggiamento attivo che viene dalla parola poesia nel senso originario greco e significa "fare (e non guardare) cose belle".
Quindi il rispetto deve concludersi nel diventare uomini che sanno fare cose anche degne di rispetto.

a) L’attenzione. C'è nel Vangelo una preghiera molto bella che spesso dimentichiamo, è quella del cieco che dice: “Signore, fa' che io veda”. Un medico patologo, ogni volta che si metteva davanti al microscopio per analizzare un frammento, diceva questa preghiera. Il primo atteggiamento di rispetto nasce dall’attenzione come accorgersi: mi accorgo che ci sono, che le cose sono, che ci siete. Senza attenzione le cose non sono, non esistono; le cose esistono solo per chi è attento, per chi sa vedere.
Una delle figure più alte del nostro tempo, donna eccezionale, è Simone Weil. Figura da accostare a Gandhi, a Madre Teresa… Nel suo pensiero il posto centrale è dato all’attenzione.
Parte delle nostre tristezze nasce proprio da qui, dove noi ci aspettiamo un’attenzione, nessuno si accorge di noi, di ciò che abbiamo fatto. Quando non ci accorgiamo non c’è rispetto. Accorgersi è vedere, ma c’è un vedere che è solo registrare: questo non è vedere.
Quante sofferenze, vite sterili che potevano dare e non danno niente perché non c'è stato lo sguardo di simpatia di qualcuno che le ha viste!
Episodio del Vangelo: Cristo si reca da un uomo paralizzato da venti o trent'anni e gli chiede: “Vuoi guarire?”. L’uomo risponde: “Sì, come non vorrei guarire! Ma io non ho nessuno e non sono nessuno per nessuno”.
Anche nella scuola c’è bisogno di questo sguardo di simpatia, di questo calore umano per aiutare il ragazzo a crescere, calore che è attenzione, è accorgersi, è guardarlo, è vederlo. E' doveroso insistere sul saluto quando si entra in classe, non quello gridato, ma accorgersi che c'è una maestra, ci sono i ragazzi e quando ci si accorge che c’è qualcuno si saluta: “Buongiorno”, non per educazione, per galateo o convenienza sociale.
E' un saluto in cui nell'accento, nello sguardo c’è il calore di un’anima, è un atto metafisico. Purtroppo la capacità del saluto e la sua profondità vanno scomparendo.
Che cosa vuoi dire un saluto dato? Si incomincia a casa, al risveglio o al rientro, se non siamo accolti da un saluto entriamo nel vuoto dell’indifferenza. Basta un saluto, uno sguardo per far vivere dentro una persona, uno sguardo che fa vivere, benedice, dà vita. Con un “buongiorno” io dico tante cose, dico: “Sono contento che tu sei quello che sei, che Dio ti abbia collocato sul mio cammino e di averti incontrato oggi, per questo ti saluto”.
“Ave” è il saluto dell’Angelo a Maria. Mi accorgo dell’altro con gratitudine, attenzione, gioia, reverenza e per questo lo saluto. Un saluto non dato, mancato, specie quando è un saluto volutamente mancato, trasmette a quell’uomo (in casa, a scuola, per strada..,): “Mi spiace che tu sei, mi spiace che Dio ti abbia creato, mi spiace d’averti incontrato sul mio cammino, per quanto sta in me tu potresti anche non esistere… Sarei più felice”.
Per quanto sta in me, con un saluto omesso io aumento, annullo la creazione di Dio e con un saluto sfuggente o con un saluto non dato col cuore, dico all’altro: “Tu per me sei niente”.
Da Giovanni nel Vangelo: “Chi non ama, chi non guarda con simpatia, è omicida”. San Paolo: “Se tu non ami, non illuderti, sei niente, ma se anche tu non sei amato o sei amato male, sei niente”. Soltanto con l’esperienza dell’amare, alta, riuscita, grande, positiva noi facciamo l’esperienza dell’essere, della vita. Noi siamo qualcuno quando c'è qualcuno che ci chiama per nome e che ci chiama con un accento, senza il quale noi entriamo nel nulla. II saluto (non solo imporlo ai ragazzi, ma darlo noi) è estremamente importante, perché significa accorgersi. Dove nessuno si accorge della nostra presenza, noi siamo niente anche se siamo attorniati da tanta gente.

Seconda esperienza è la:
b) meraviglia. La meraviglia è accorgersi di qualcuno, di qualcosa che incontriamo sul nostro cammino ed è un accorgersi che si fa stupito, meravigliato e interrogante. Come in grammatica ci sono il punto esclamativo, interrogativo, i punti sospensivi, le parentesi che sono parti importanti, così sono importanti come momenti della vita, La meraviglia è la capacità di usare il punto esclamativo, l'ammirazione per una cosa bella, e il punto interrogativo indica: “Da dove? Perché?”. Se l'uomo non sa usare il punto esclamativo e il punto interrogativo, non nasce l’uomo.
A proposito della meraviglia che è la radice della scienza e di ogni religiosità, Albert Einstein in Come io vedo il mondo (raccolta autobiografica) dice: "La religiosità dello scienziato consiste nell’ammirazione estasiata delle leggi della natura, che si riveli una mente così superiore che tutta l’intelligenza messa dall’uomo nei loco pensieri non è al cospetto di essa che un riflesso minimo. Questo sentimento è il leit-motiv della vita, degli sforzi dello scienziato nella misura in cui può affrancarsi dalla tirannia dei suoi egoistici desideri. Indubbiamente questo sentimento della meraviglia è parente prossimo di quello che hanno provato le menti creatrici di tutti i tempi. La più bella sensazione è il lato misterioso della vita, è il sentimento profondo che si trova sempre nella culla dell’arte e della scienza pura. Chi non è più in grado di provare né stupore né sorpresa è per così dire morto, i suoi occhi sono spenti. L’impressione del misterioso sia pur misto al timore ha suscitato tra l’altro la religione”.

Tre espressioni per dire ciò che noi diciamo con un’unica parola. Vedere (il greco è più ricco di sfumature, usa infatti tre termini.

- C’è un vedere che è un registrare dall'esterno le cose (i nostri occhi registrano tante cose, ma noi non vediamo tutto ciò che ci circonda) senza inquietudine, interrogativi, senza turbamenti, commozione, senza ammirazione.

- C’è un vedere quando nasce il sospetto che dietro questa realtà ci sia un qualcosa di nascosto e di profondo; è il momento della meraviglia e dell’interrogazione.

- C’è un vedere la verità profonda di una cosa, la verità interiore.

Molto importante per il bambino è saper vedere, cioè interrogarsi. La grande domanda che dobbiamo sempre porci a tutti i livelli, quindi anche il bambino, è; “Perché c'è l’essere e non il nulla? Perché ci siamo?”. Di qui incomincia il pensiero filosofico e anche l’uomo. Senza questi interrogativi, questo stupore non nasce l’uomo e nel bambino bisogna coltivarli. Don Primo Mazzolari aveva tenuto una serie di incontri con le insegnanti sull'incontro del bambino con i grandi misteri della vita; la morte, la malattia, l’amore, la donna. Occorre veramente preparare il bambino a questi incontri e non evitarli, ma far emergere gli interrogativi, prepararli, orientarli, analizzarli.

Quand’è che nasce l’uomo nell’ipotesi dell’evoluzionismo? Cioè quando noi ascendiamo (e non discendiamo) da forme di vita animali? Quando nel branco che va, qualcuno per la prima volta viene fuori mentre il branco prosegue (nostro compito educativo è proprio quello di far emergere), quando uno o due hanno alzato gli occhi e hanno visto per la prima volta le stelle, hanno sentito sul loro cuore il peso del mistero delle stelle. Qui possiamo dire che è nato l’uomo, quando l’uomo per la prima volta ha saputo guardare la propria compagna di branco, non come bestione tutto sesso, ma come Adamo nel giorno della creazione, con cuore conturbato e commosso, c’è stato un altro sguardo.
Nasce l’uomo quando questi si interroga, si pone dei quesiti, si dilata nella meraviglia e si pone dei perché di fronte ai misteri della vita che sono di sempre e di ogni uomo, colto o incolto. Un uomo che non trova mai nulla di grande da ammirare non è un uomo, non sa usare il punto esclamativo e neanche il punto interrogativo, non sa ammrirare e interrogarsi. Il rispetto nasce da questa ammirazione e dal sospetto che dietro c’è qualcosa di più profondo che non conosco ancora.
La meraviglia si dilata nell’ammirazione, si fa pensosa e si interroga di fronte a tutte le realtà della vita. Non è che al bambino dobbiamo chiudere una visione della vita, deve saper vedere la morte, la sofferenza… Ma bisogna che sia preparato a vedere questi aspetti della vita. Se gli evitiamo queste realtà succede come al principe indiano che era stato elevato nel grande castello fiabesco dove tutto doveva essere segno di vita dirompente, trionfante, gioiosa, dove non ci dovevano essere segni di vita ferita o di tristezze. Un giorno costui vuole uscire da questa prigione dorata e incontra sulla sua strada uno che cammina curvo col bastone; chiede chi era, gli dicono che è colui che viene chiamato “vecchio”. Di qui comincia a capire che la vita si incurva, era una realtà a lui sconosciuta. Quando incontra un uomo steso a terra con tanta gente che si affanna attorno vuole sapere chi è:è un ammalato, realtà anche questa che non conosceva. Capisce per la prima volta che la vita non solo s’incurva ma è anche ferita… Quando incontra un morto capisce che la vita va anche incontro alla morte e capisce che vi era tutto uno strato profondo di realtà che gli era sempre stata nascosta e inizia così il suo grande risveglio.

c) Reverenza: è il senso del mistero (non nel senso banale, non bamboleggiamo mai con i bambini, a loro dobbiamo dare il meglio di noi in modo che il bambino possa recepire).
II mistero è l'inesauribile della vita, è la profondità misteriosa di ogni cosa, è che le cose sono più di quello che appaiono e ogni cosa ha una sua profondità che l’uomo non raggiunge mai del tutto, perché il mistero dentro e fuori di noi è il cuore di tutte le cose che arriveremo mai a raggiungere totalmente, il fondo ultimo delle cose. Il mistero è la dimensione profonda delle cose. Ecco perche nella religiosità greca c’era l’altare al Dio sconosciuto del mistero.
Non dobbiamo mai banalizzare il mistero perché è nel cuore di noi, di tutte le cose e di Dio stesso. E’ triste vedere che la religione che dovrebbe essere custode del mistero, le Chiese spesso sono diventate luogo della banalità dove è stato esorcizzato il senso alto del mistero e dove non risuonano più né le alte domande né le allusioni alle altissime risposte. Non c’é più l’educazione a percepire il mistero che è nel cuore di tutte le cose. “Dio ha messo, ha seminato nel cuore delle cose il mistero”. Il senso del mistero dovrebbe essere il dato profondo di ogni uomo che pensa, e il senso che ci avvolge e ci trascende. La reverenza è il chinare il capo nel silenzio adorante, pensoso, contemplante di questo mistero che ci trascende. Adorare non vuol dire capire, vuol dire avere il senso del mistero che ci trascende, la reverenza.

Reverenza non solo di fronte al mistero ma senso di rispetto di fronte a tutto quello che è più grande di noi, a tutto quello che è bello, che è sublime. Non si ride davanti alle stelle. Le cose sublimi esigono questo atteggiamento di rispetto profondo. La reverenza diventa quindi attitudine essenziale che deve esserci in ogni uomo, non si tratta di fede, e accogliere dentro di noi senza impoverirlo il mistero di Dio, delle cose, di noi stessi. Come dare al bambino il senso autentico del mistero? Mistero che e dentro ogni uomo. E’ importante togliere nel bambino, e prima ancora in noi stessi, il senso di arroganza verso le cose, c’è un’ignoranza che sa, e c’è un’ignoranza presuntuosa, arrogante, che non ha il senso del mistero.
Se anche non do un volto divino al mistero, il senso del mistero mi dovrebbe far rispettoso di fronte alle cose, sto attento per lo meno a non sciuparle. “Non essere arroganti, non credere di aver esaurito il fondo delle cose”: coloro che canticchiano il loro inno a Dio sì da sembrare che l’abbiano conosciuto in un incontro di dimestichezza, lasciano molto da pensare, così pure chi a diciott'anni, troppo facilmente, si professa ateo, mentre molti, già anziani, sentono ancora dentro di sé “l'ateo” e il “credente” che combattono tra di loro.
Non rispondiamo con troppa facilità, troppo presto, ma guardiamo dentro alle cose, altrimenti cadiamo nell’ignoranza arrogante, c’è una cultura che è peggiore dell’incultura. Non basta dare delle nozioni, perché è creare delle presunzioni di sapere, l’altro sapere è umile, non è orgoglioso.
Simon Weil: “Non può essere orgoglioso della sua intelligenza colui che la sua intelligenza la usa veramente". La vera intelligenza è modesta, non arrogante. E’ dovere dell’insegnante educare a questa continuità con i valori che ci stanno dietro le spalle e che il meglio di noi (anche il peggio) non e nostro, arriva da lontano e dobbiamo aiutare il bambino a mettere con gioia riconoscente le mani come Tommaso davanti a Cristo sulle stigmate luminose che nella vita quelli che ci hanno amato e hanno avuto un’anima grande, hanno collocato dentro di noi.

d) Adorazione. Significa dare un volto al mistero e allora il volto diventa sacro, c’è una radice profonda che è il senso del Rispetto, per cui tutto è sacro, tutto è Chiesa.

e) Atteggiamento attivo. Ognuno di noi deve fare. Avremo quindi il passaggio al senso del sacro, del religioso, si ha quindi una visione religiosa delle cose, che non è esteriore. Guardando il fiore del campo ci sono due modi di leggere, di sentire la religiosità delle cose e la religione; c’è una maniera estrinseca, per cui Dio è esterno a noi, è il padrone, è il monarca che impone una sua volontà arbitraria e dispotica che si impone all’altro, sono i comandamenti. Dio diventa estraneo e talvolta nemico, che opprime con la sua presenza. C’è un modo gioioso che ci fa vedere con intelligenza profonda, con il vedere che ci viene dallo Spirito, vedremo così dentro le cose la presenza nascosta e velata del Padre che è nei cieli che fa crescere il fiore e lo veste di bellezza, di profumo, di grazia. Come il fiore sente la presenza di Dio e la realtà non nemica ed esterna ma profonda, io la sento gioiosamente come la presenza creatrice, trasfigurante di bellezza che mi rende libero e mi dà nella vita dei compiti che sono di una libera creatività.
L’occhio deve abituarsi, e noi dobbiamo educare il bambino, a vedere Dio nel cuore profondo di tutte le cose e di noi stessi.
C’è un saluto indù che riassume questa profondità: l’indù quando incontra un altro indù in un gesto di altissimo significato, congiunge le mani all’altezza del capo o del cuore e salutando l’ospite o il pellegrino che incrocia con lui sul cammino dice: “Manaste” cioè “Salute, il Dio è in te”.
Quando arriviamo ad aver interiorizzato quest’immagine di Dio, sentita gioiosamente, noi siamo “a immagine e somiglianza di Dio”, quando sentiremo Dio con la stessa gioia con cui il fiore riceve la luce, noi abbiamo interiorizzato il messaggio evangelico e il regno di Dio. In questo momento, allora, tutto muta, la religione non è più un peso che ci opprime e ci costringe, ma è la presenza divina, creativa dentro di noi che ci fa crescere, ci dilata e ci fa diventare “anima grande”. Di qui nasce il rispetto, perché per il cristiano non c’è più niente di piccolo, di insignificante, ma tutto è grande, è sacro in ogni piccola vita, è divina, c’è il senso divino in ogni cosa.

Don Michele Do (molte grazie a Roberto).

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posted by Giampiero Busato at 8:52 AM | Permalink | 0 comments
26 novembre 2007
I don't like mondays



Brenda Ann aveva sedici anni, abitava a San Diego di fronte alla Cleveland Elementary School, era la prima della classe e spesso passava le sue giornate da sola. Aveva chiesto al papà, come regalo per Natale, una radio: lui le fece trovare sotto l'albero un fucile. Un lunedì, un pomeriggio di fine gennaio del 1979 lo prese, andò alla finestra e iniziò a fare fuoco sul cortile della scuola, mirando a tutto ciò che si muovesse. Rimasero a terra il direttore, il signor Wragg, e il bidello Mike; e poi otto bambini e un poliziotto, che in qualche modo se la cavarono. Dopo sei ore la polizia convinse Brenda Ann a buttare il fucile dal balcone. La prelevarono da casa e la prima cosa che le chiesero fu: perché?
Lei rispose così: "Non mi piacciono i lunedì".

Bob Geldof ascoltò il giorno stesso, in taxi, la storia di Brenda Ann e scrisse I don't like mondays. Qui la canta al Wembley Stadium, nel 1995, con Bon Jovi.
Nota: GB House sorge di fronte a una scuola elementare. GB possiede un Mannlicher Carcano 6,5x52 ma non se lo porterà dietro.

All the playings stopped in the playground now
She wants to play with her toys a while
And school's out early and soon we'll be learning
And the lesson today is how to die
And then the bullhorn crackles
And the captain crackles
With the problems and the how's and why's
And he can see no reasons
Cos there are no reasons
What reason do you need to die

Tell me why
I don't like Mondays
I want to shoot
The whole day down

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posted by Giampiero Busato at 10:05 AM | Permalink | 0 comments
25 novembre 2007
Comme chez soi
Un bookworm azzurro si moltiplica come l'edera e scende dalla parete, per svegliarmi fa cadere sulla schiena La versione di Barney. L'armadio ha un nome, si chiama Pax e sui vetri scorrono fotografie animate di paesaggi scozzesi. Di là, in cucina, la tostiera sputa fette di pane dorate sul marmo. Parte il giradischi e i Coal Chamber, mesti, intonano My mercy.

Niente, ho sognato così la prima notte.

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posted by Giampiero Busato at 7:26 PM | Permalink | 0 comments
22 novembre 2007
Nei tuoi occhi è un luogo della mente


Nei tuoi occhi è un luogo della mente
Passa il fiume e non rimane niente
Sulla spiaggia ci sono le rose
Se le guardo non sono più rose
Sotto il cielo che non ride mai
Mi aspetterai cantando

Onda calabra
In doichlanda
Und die kleine
Und die spiele
Und die arbeit

Onda calabra
In doichlanda
Und die sonne
Und die sonne
Sceint alleine

Nei tuoi occhi é un luogo della mente
Passo il fiume e non ricordo niente
Sulla spiaggia ci sono le cose
Se le guardo non sono più cose
Sotto un cielo che non ride mai
Mi aspetterai cantando


Il parto delle nuvole pesanti, Onda Calabra. Colonna sonora del lungometraggio Doichlanda, che racconta degli immigrati calabresi in Germania. Battuta migliore: “I tedeschi su tutti strunzi e odiano gli stranieri o come dicono loro gli auslendar”.
Pezzo migliore del video: il tizio con la maglia dell'Inter che canta: "Und die sonne - Und die sonne - Sceint alleine".
Colonna sonora del film l'Abbuffata. )

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posted by Giampiero Busato at 8:39 PM | Permalink | 0 comments
19 novembre 2007
Paolo Del Mese ha ragione: ecco le nostre scuse
Mi è stato comunicato da Marco Travaglio che la fonte della notizia era imprecisa: Paolo Del Mese non è mai stato indagato né imputato per la vicenda citata nel blog.
A questo punto, pur ribadendo la buona fede nell'aver utilizzato una notizia contenuta nel testo citato, è d'obbligo porgere le nostre scuse all'onorevole Paolo Del Mese.
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posted by Giampiero Busato at 7:49 PM | Permalink | 0 comments
17 novembre 2007
Rettifica e citazione fonte
Abbiamo ricevuto da Paolo Del Mese, parlamentare dell'Udeur, l'invito a rettificare un'affermazione sul suo conto riportata qualche tempo fa sul blog.


Mette conto di evidenziare che il mio assistito (Paolo Del Mese, ndA) non è mai stato né indagato né imputato per la vicenda sopra descritta; così come il suo nome giammai risulta neppure sfiorato dalle indagini sull'argomento, onde il contenuto della notizia innanzi trascritta è da intendersi assolutamente e completamente privo di qualsivoglia fondamento.


In attesa di verificare la fonte della notizia abbiamo provveduto prontamente a eliminare il contenuto contestato: pur non essendo questo blog una testata giornalistica abbiamo infatti ritenuto corretto tutelare la reputazione della persona e, non dubitando della buona fede di Del Mese, ne abbiamo accontentato le richieste.

Non è secondario, tuttavia, sottolineare che la notizia contestata, contenuta nel post, proviene per intero dalla pagina 698 del libro di Peter Gomez e Marco Travaglio intitolato "Onorevoli Wanted" (Editori Riuniti, Roma 2006). Un volume tuttora in vendita nelle librerie italiane e dal quale, con altrettanta buona fede, abbiamo attinto la notizia oggetto della contestazione. Sarà nostra premura verificare presso gli autori del testo citato nel blog se i fatti riportati siano, come affermato da Paolo Del Mese, frutto di fantasia: dovesse confermarsi la non fondatezza delle affermazioni citate nel volume di Gomez e Travaglio ne daremo immediata notizia e faremo pervenire a Paolo Del Mese le nostre scuse.
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posted by Giampiero Busato at 5:29 PM | Permalink | 1 comments
15 novembre 2007
Alba nel blu dipinto di blu


Guardate un po' questa foto aerea di Alba (Cuneo), presa da Google Earth. Alba Pompeia, la capitale del Barolo, da qualche anno a questa parte si sta dedicando all'edilizia creativa, costruendo casermoni coi tetti blu Puffo, evidentemente non contenta degli scempi degli anni Sessanta e Settanta (di cui si parlò qui).
Qui sotto c'è invece Montalcino (Siena), la capitale del Brunello. Secondo voi l'amministrazione, tra una casa e l'altra, permetterebbe di costruire casermoni coi tetti blu? Voi direte: Alba è una città, Montalcino un paese. D'accordo: mettiamo che le schifezze si possano fare solo nei comuni oltre i ventimila abitanti. Allora guardate sotto Montalcino: quella è La Morra. La vista laterale permette di apprezzare l'elegante edilizia moderna ed è un peccato non sia visibile, da lì, il casermone aggettante che accoglie i visitatori da chi sale proveniente da Alba.

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posted by Giampiero Busato at 5:00 PM | Permalink | 0 comments
13 novembre 2007
Roviasca non esiste



Per raccapezzarmi mi son portato dietro due foto: quella del campetto e quella, inutile, dei capi in posa con le cuoche, con Stefano che fa le corna a Patrizia e Mauro che prova a farle a Teresina ma arriva troppo tardi. La mamma è in basso, vicino a Gipì in canotta azzurra. In ventidue anni pensavo fossero capitate più cose, invece lì è ancora tutto uguale.
Di Roviasca non mi piaceva il nome e soprattutto il fatto che secondo i miei genitori non esistesse, secondo loro era Roaschia, un paese in montagna in provincia di Cuneo. Invece si chiamava proprio Roviasca, come oggi del resto, ed è in provincia di Savona. Quel giorno là era il diciannove luglio del 1985 e lo ricordo bene perché La Stampa che papà aveva infilato nel portaoggetti della Panda parlava del venerdì nero della lira, che in un giorno era passata da milleottocentoquaranta a duemiladuecento lire sul dollaro con la Banca d'Italia che aveva combinato un casino inverecondo. Ed era il diciotto luglio, mio onomastico.
Non avevo voglia di andare in vacanza coi lupetti: prima di tutto perché l'anno prima eravamo stati a Sant'Anna di Valdieri e mi era piaciuto, e quando le cose mi piacciono voglio rifarle. Secondo perché a Roviasca non c'ero mai stato e le cose che non ho mai fatto mi fanno venire un po' di mal di pancia, ho paura che non mi piacciano, mi spavento e non sono tranquillo. Terzo perché sapevo bene che c'erano più di cento chilometri da fare, distanza oltre la quale a nove anni mi saliva in gola una certa ansia. E poi, scusate se è poco, perché mi avevano detto che era vicino a Savona eppure in montagna. Non capivo bene come potessero esserci solo montagne sul mare, per esempio ai Balzi Rossi vicino a Ventimiglia c'ero stato e lì c'erano montagne ma anche il mare. Non dico fare il bagno, ma almeno vederlo il mare da lontano, sentire la puzza di porto. Il fatto è che non ero molto brillante in certi frangenti.

La casa dei Lupi, un casermone parrocchiale affittato per due settimane dal Branco Alba Uno, è ancora lì, sulla destra, sullo stradone in salita dalla piazzetta del paese. Del paese non ricordavo niente ma in effetti non giravamo per la borgata di giorno, solo la notte quando c'erano i Giochi Notturni. Quell'anno inseguimmo alle quattro del mattino un fantasma che si chiamava Casco Bianco su per la montagna, che poi era il nostro Akela col suo casco della moto da cross; io mi cagavo letteralmente pur essendo capo sestiglia. A un certo punto finimmo in un fortino della seconda guerra mondiale, pieno di scarafaggi e pantegane. Albeggiava, avevo il coltellino Victorinox in mano tanto per darmi un tono e tenevo con l'altra mano la torcia. Appena illuminavo i pianerottoli tra una rampa e l'altra delle scale ragni grossi come un pugno scappavano sul soffitto. L'unica ragazza della mia sestiglia (i Rossi) piangeva e gridava, io la consolavo ma piangevo e gridavo dentro. Come finì non mi ricordo, ma sono ancora qui.

Dentro la casa dei Lupi non sono riuscito a entrare. L'unico ricordo che ho è quello della cucina, le file di scodelle coi budini e il latte e cacao la mattina, poi la terrazza che è ancora lì da cui mamma (una delle tre la cuoche con Teresina, che mi faceva ridere perché di cognome faceva Acca, e Marida) scattava foto sbilenche, sempre scentrate, e il papà di Marco e Spellecchia leggeva La Repubblica. Ero un privilegiato perché arrivavo sul posto della vacanza estiva sempre in anticipo, con la macchinata dei capi scout e delle cuoche, sì perché mamma era cuoca ma non avevo vantaggi giacché le consegne dei capi erano inflessibili: niente coccole niente moine, la cuoca fa solo la cuoca. Mi è venuto in mente quando all'arrivo, mentre i grandi scaricavano i furgoni con il cibo e il resto, Stefano (che era Bagheera, mi pare) aveva trovato una mezza bottiglia di Coca nel frigo e senza farsi tante domande su chi e cosa se l'era sgolata. Faceva un caldo boia e hai voglia a sognare l'aria condizionata in auto nell'85. Peccato fosse aceto. L'abbiamo sentito cristonare dal parcheggio e qualcuno diceva: "Meno male che don Renzo non c'è". La rete del campetto l'hanno cambiata e il fondo non è più in terra, ma è rimasto più o meno lo stesso. Lì giocavamo a fazzolettone e per delimitare il campo usavamo l'acqua: solo che ogni quarto d'ora la terra la riassorbiva e dovevamo fermarci a riempirne altre borracce e rifare i confini del terreno. Sono invecchiato, perché mentre tornavo al parcheggio nella piazzetta ho dato un ultimo sguardo al campo, ho pensato a una cosa e avevo gli occhi umidi.
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posted by Giampiero Busato at 1:31 PM | Permalink | 1 comments
07 novembre 2007
Agosto Millenovecentottantasette
“E quindi lo dico a voi donne, che usate tutti quei cosmetici. Sappiate che il cosmetico più bello è Cristo Gesù”. Mamma e zia si guardano e sorridono. Il parroco col talare bianco e una striscia verde in verticale è vecchio, ha più di settant'anni che ho già calcolato io non avrò prima del 2046. Arretra per sedersi sul seggiolone di velluto e per poco non inciampa nel filo del microfono, mia sorella mi dà una gomitata nelle costole e poi le esce quel suono strano di risata strozzata in gola che capita quando tieni la bocca serrata per non farti sentire. Per non ridere mi perdo nelle mie Converse bianche, nuove fiammanti, comprate da Do-Albasport a settantamila lire, quelle basse con la stellina color verde acqua. Mamma dice che sembro un malato, visto che ci dormo anche con le scarpe, che poi non è del tutto vero, è che me le metto vicino alle ciabatte così al mattino ricordo subito di avere la scarpe nuove e, magari, le porto anche col pigiama per mangiare colazione. Stacco lo sguardo dai piedi solo per perderlo ancora ma nella parete della cappella, tappezzata di ex voto mai spolverati. Nel quadretto ad altezza occhi c’è una signora che ringrazia in ginocchio Gesù bambino perché un signore è entrato in casa all’improvviso e ha fatto fuoco sul marito. Nel 1939. Ed è sopravvissuto, il marito, dev’essere andata così altrimenti che grazia ricevuta è; chissà invece cosa sarà successo a quello con la pistola.
Dopo l’andate in pace amen usciamo in fila dalla chiesetta, la coda è a imbuto per colpa delle vecchiette che vanno al rallentatore e perché da quattro file di persone tutte vogliono uscire insieme dalla porticina laterale, il portone è chiuso perché è rotto. Non ricordo se siamo a San Bovo o a Borgomale perché hanno chiesa e sagrato quasi uguali e io perdo sempre l’orientamento quando salgo in macchina. Mio cugino parte per il prato del piazzale e dopo due falcate mi ricordo che non posso ricorrerlo perché ho le scarpe bianche. Allora rimango lì con mia sorella mentre mia mamma chiacchiera della sua labirintite, lamentando il fatto che il dottor Castella le ha spiegato che non c’è cura. Mio zio, che ha smesso di fumare e succhia continuamente le Hall’s mentoliptus amare, mi guarda dalla metà in giù e dice che sembro un gelataio perché ho pure i jeans bianchi: oh guarda che sono Levi’s gli rispondo, ma per lui anche coi Levi’s sembro un gelataio.
A pranzo, siccome è domenica, risaliamo lo stradone con la Renault 4 rossa e andiamo all’osteria della posta, dove l’unica cosa buona a sentire il babbo è il cotechino con il purè; ogni volta ne prendo almeno due porzioni, tre col fatto che mia cugina finge di volerlo mangiare e poi ci scambiamo il piatto così lei fa la figura di aver mangiato con l’oste e io ci guadagno. Di solito ho talmente fame e il cotechino è talmente buono che lo mangio senza spellarlo, poi però mamma se ne accorge e io, non potendo mostrare a mia discolpa la pelle a bordo piatto, mi becco un sonoro cazziatone a meno che nei pressi non ci sia mio cugino, che mi regala la sua (ma è mia zia a spellarglielo, questo va detto, mentre io sono lasciato ogni domenica alla mercè di me stesso, anche se c'è il pesce da sfilettare). Secondo me non è che poi il resto dei piatti fosse schifoso, però siccome sentivo spesso mio padre commentare che la carne cruda non era granché perché aveva troppe venette di grasso e si vedeva che era di seconda scelta e poi che spesso le tagliatelle erano appiccicate e magari non ci mettevano abbastanza uova, allora mi fidavo. Mi sembrava che a parlare male di qualcosa si apparisse più intelligenti. In realtà a me piacevano abbastanza anche le tagliatelle ma di solito lui aveva ragione in quelle cose. Anche sul vino, l’oste della posta aveva solo quello sfuso della casa che era vinapula come diceva mio zio, anche se mio padre sosteneva che lo zio si desse delle arie da esperto di vino quando invece un giorno manco aveva riconosciuto un pinot grigio.
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posted by Giampiero Busato at 9:45 AM | Permalink | 2 comments
01 novembre 2007
Del perché l'Ordine dei giornalisti è scaduto

L'Ordine dei Giornalisti andrebbe abolito. Sono iscritto perché la legge mi obbliga a farlo e la legge mi obbliga a farlo perché iscrivendomi devo pagare i contributi alla cassa dei giornalisti.
I colleghi, categoria eterogenea da cui ci si sente rappresentati come dal comitato di quelli che fanno la spesa all'Esselunga, affondano le radici del loro essere nel nulla: per diventare professionista - o pubblicista - i requisiti sono risibili. Si trova il luminare della scienza insieme all'ultimo degli analfabeti: tutti colleghi, dal cialtrone al fenomeno.
Anche nelle professioni medica, notarile, ingegneristica esistono le menti e i cani, e pure lì i raccomandati ma l'asticella è piuttosto in alto: chi non salta la misura minima (una laurea seria, un'abilitazione seria) non entra. Da noi entra chiunque. L'esame, di per sé ideato per accertare le conoscenze storiche, di cultura generale e legali del candidato si risolve in una gazzarra dalla quale riescono a uscire indenni persone per cui un esame universitario di medio-basso livello o anche solo un test di sintassi rappresenterebbero un ostacolo insormontabile.
In Italia vantiamo la distinzione tra pubblicisti e professionisti. Per conseguire la qualifica di professionista è necessario un passo nel pleistocene per imparare a scrivere con una Lettera 22, frequentare un corso a pagamento in cui si spiega come scrivere un riassunto con la macchina da scrivere per poi fregiarsi di un titolo che garantisce poco o niente a chi è - e rimane - fuori dal giro degli eletti cui è applicato il contratto nazionale. Gli eletti, per contro, godono di un regime di privilegi difficili da digerire per la gran maggioranza di precari impiegati come cessionari di diritto d'autore, co.pro., autonomi con partita Iva.
Come pubblicista non posso - mi dicono, con mio vivo dispiacere - farmi accreditare al festival di Sanremo; la stessa tessera, in Inghilterra, mi permette di lavorare durante il torneo di tennis più importante del mondo, Wimbledon.

Se proprio l'Ordine servisse ai giornalisti dovrebbe tutelare i finti collaboratori, gli abusivi, gli stagisti utilizzati alla stregua di redattori senza copertura contributiva, spesso senza contratto. Non lo fa e non potrebbe farlo anche perché propone un contratto nazionale blindato, iperprotettivo per la casta degli assunti a tempo indeterminato, di fronte al quale gli editori preferiscono di gran lunga violare la legge e assumere... senza assumere.
Non contento, l'Ordine chiede ai deboli di pagare contributi di tasca propria convogliando gli introiti in un fondo che in gran parte non verrà utilizzato per loro: l'Inpgi 2, la cassa dei giornalisti free-lance, infatti stabilisce che la cosiddetta pensione - calcolata con il metodo contributivo - possa essere erogata a patto di superare di 1,2 volte la pensione sociale, sapendo bene che massima parte dei contribuenti non arriverà mai a versare tanto da potersi garantire più dell'attuale importo dell'assegno sociale.
La professione nella teoria esiste, nella pratica è esposta al più lato arbitrio: di ingresso, di permanenza, di protezione contrattuale, di dignità. Oggi tutti si sentono scrittori, chi ha filmato con il telefono cellulare un incidente stradale mostrato poi alla tivvù ritiene di essere un reporter. La categoria si doveva proteggere garantendo un accesso non indiscriminato. Oggi è un circo Barnum che (ce lo dice anche l'Unione Europea) deve chiudere.
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posted by Giampiero Busato at 4:22 PM | Permalink | 0 comments