27 giugno 2008
Un regalo di Clod
Mi piaci silenziosa, perché sei come assente,
mi senti da lontano e la mia voce non ti tocca.
Par quasi che i tuoi occhi siano volati via
ed è come se un bacio ti chiudesse la bocca.
Tutte le cose sono colme della mia anima
e tu da loro emergi, colma d’anima mia.
Farfalla di sogno, assomigli alla mia anima
ed assomigli alla parola malinconia.
Mi piaci silenziosa, quando sembri distante.
E sembri lamentarti, turbante farfalla.
E mi senti da lontano e la mia voce non ti arriva:
lascia che il tuo silenzio sia il mio silenzio stesso.
Lascia che il tuo silenzio sia anche il mio parlarti,
lucido come fiamma, semplice come anello.
Tu sei come la notte taciturna e stellata.
Di stella è il tuo silenzio, così lontano e semplice.
Mi piaci silenziosa perché sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Basta allora un sorriso, una parola basta.
E sono lieto, lieto che questo non sia vero.

Pablo Neruda

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posted by Giampiero Busato at 8:32 AM | Permalink | 3 comments
24 giugno 2008
No, Claudio no...
Ho appena saputo che è morto Claudio Capone. La voce di Superquark, per me. Sono cresciuto cullato dai suoi racconti sui lemuri, i ghepardi affamati, le zebre con la strizza del leone. Era giovane, non so cosa gli sia capitato. Mi mancherà tanto.

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posted by Giampiero Busato at 6:23 PM | Permalink | 3 comments
Top wedding ten


10. Sfoggiare gessato da gangster e fumare un Montecristo sulla terrazza del Vittoria.

9. Essere avvicinati alle spalle dalla sposa: "Dai che ti basta fare così e le donne ti piovono addosso. Presto capiterà anche a te di comprare un anello eh?".

8. Lo sguardo d'odio del marito dell'avvocatessa che non ne può più del gonzo che si porta dietro, ride un po' troppo alle mie cazzate da avvinazzato e da metà pranzo si gira verso di me dandogli la schiena.

7. Il parente veneto surriscaldato che urla a cadenza regolare, ogni venti minuti: "Suoceriiiiii! Baciooooooooo! Sposiiiiiiiiiii! In piediiiiiiiiiiiiiiii! Bacioooooooo! Braviiiiiiiiiii!"

6. Offrire da fumare al veneto avvinazzato purché la smetta di scassare le palle.

5. Sciorinare proverbi veneti come "Rossa de peo mata per l'oseo". Scoprire che forse è bergamasco.

4. Lanciarsi nella stima dell'età media dei convitati, perdere il conto attorno ai 55 perché il Traminer nel secchiello è finito e nessun altro a parte me, al tavolo Girasole, ha il bicchiere usato.

3. Il tecnico delle caldaie al mio tavolo ("Ciao, sono qui perché sono il cugino, abito a Torino ma sono pugliese anche se magari non te ne accorgi") che legge il menu. "Ma questi tajarinne cosa sono, della carne? No perché io il rosbiffe non l'ho mai mangiato in vita mia a casa facciamo la spesa all'Auchan, io monto le caldaie, non è cheeeeeeeeeee. Sto pranzo è capace a costare novanta euro, capito?".

2. "Minchia ma te conosci a Galeazzi? Pensa che ho aggiustato la caldaia a Pininfarina. Però ho parlato solo col maggiordomo". Sempre il tecnico.

1. Il vestito della mamma della sposa con la retina da bomboniera incastonata su tre piani di capelli.

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posted by Giampiero Busato at 8:16 AM | Permalink | 3 comments
14 giugno 2008
Trasudamerica


Francesco è un amico, fratello minore di un mio quasi fratello. Giovane promessa già al liceo, esploso all'università, quando io cazzeggiavo e lui faceva sgranare gli occhi ai prof. Un geniaccio dell'economia nato nel 1980.

Ha fatto ciò che non avrei mai avuto il coraggio di fare, non lo ammirerò mai abbastanza. E lo racconta splendidamente, qui (sole spento) e anche qui (A walk on the wild side).

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posted by Giampiero Busato at 10:45 AM | Permalink | 0 comments
12 giugno 2008
biiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip - game over
Sto male. Niente che sia destinato a condurmi alla mia ultima dimora, almeno credo, nonostante ieri abbia sperimentato un simpatico blackout mentre colpivo un passante di rovescio sul campo 5 del Tc Alba. Per mia fortuna giocavo contro un dentista (quelli che, se glielo fai presente, ti guardano straniti ma poi si ricordano di essere dei medici, come disse Beppe Grillo) che mi ha rimesso in piedi, anzi, mi ha steso in terra usando il suo accappatoio - gesto altruista, giacché ha raccolto un chilo di terra rossa - e mi ha cazziato per aver saltato il pranzo.
In serata è sopravvenuto un malessere generale, mal di gola, brividi, forse febbre. Stanotte ho sognato: mia sorella che partoriva un bambino fatto di Lego, io che devo rifare la maturità perché non trovano il registro del mio esame (a cascata vengono annullati anche tutti gli esami di Legge), una festa in discoteca in cui incontro una ragazza che si chiama Clod, mi dice che è lei ad aver scritto Voglio solo limonare, poi mi chiede se mi va di ballarla con lei. Ho anche sognato qualcosa di Parigi, mi sembra la fermata della metropolitana Odéon, un gatto, Flat Eric che fumava il suo wurstel in cucina. Alla fine è arrivato Bob Geldof che mi ha spiegato come si sentiva quando da piccolo aveva la febbre.
More to come. Forse.


There is no pain, you are receding
A distant ships smoke on the horizon
You are only coming through in waves
Your lips move but I can't hear what youre sayin'
When I was a child I had a fever
My hands felt just like two balloons
Now I got that feeling once again
I can't explain, you would not understand
This is not how I am
I have become comfortably numb
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posted by Giampiero Busato at 9:02 AM | Permalink | 1 comments
08 giugno 2008
ΚΑΤΑ ΤΟΝ ΔΑΙΜΟΝΑ ΕΑΥΤΟΥ


In rue Beautreillis ci sono capitato per caso, poco dopo le tre. Mi ero fermato in Place des Vosges, avevo trovato una panchina nel piccolo parco che la adorna, perfetta per dare tregua ai piedi segnati da chilometri di strada. Non sapevo che Jim amasse questo posto, i portici, i palazzi coi tetti di ardesia, né che frequentasse quasi quotidianamente il giardino dei Vosgi. Beautreillis è una stradina anonima, non distante dalla piazza della Bastiglia. L'ho imboccata con l'emozione idiota dell'adolescente e un po' di adulta vergogna: del resto ho subito ricordato perché quel nome mi fosse tanto familiare e, pochi passi avanti a me, un signore sui cinquanta, piantina e appunti in mano, si fermava ogni quattro passi, alzava la testa e proseguiva. Cercava la mia stessa cosa. Arrivato al diciassette ho toccato il portone verde, il pomello d'ottone, ho deglutito e ho guardato in su. Al terzo piano. Fiori, vernice fresca e una pianta ben curata. Quello, l'alloggio col balconcino sporgente, è l'appartamento in cui morì Jim Morrison, nella notte tra il due e il tre luglio del 1971.

Dopo quasi trenta fermate, percorsa tutta la linea 6, sono sceso controvoglia a Pére Lachaise. Ottocentomila ospiti. Sono andato dritto al settore sei: avevo un conto aperto con me stesso, dal 1995. Girato un angolo del Chemin serré poco dietro una siepe ho trovato una guardia giurata, una guida a pagamento, un capannello di gente. La guida raccontava della sepoltura e si è arrabbiata perché pensava che stessi origliando di straforo le sue stupide chiacchiere. Una ventina di turisti se ne stavano lì, imbambolati, con la macchina fotografica. Almeno hanno smesso di bere birra, scopare e fumare cannoni sopra la lapide: la famiglia Morrison paga anche la manutenzione delle tombe nei paraggi. La tomba è penosa. Morrison non riposa in pace, anche per colpa mia.

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posted by Giampiero Busato at 12:06 AM | Permalink | 7 comments
03 giugno 2008
La versione di Frédéric
Delle migliaia di eligende ispirazioni per le passeggiate parigine mi è capitata quella di Mordecai Richler, che si è raccontato - pur negandolo nella prefazione - nel suo capolavoro, La versione di Barney. Richler visse per anni qui, e anni fa avevo promesso attenzione a chi spingeva perché leggessi il suo masterpiece; lo sto facendo in questi giorni, non può che essere un segno del destino.
L'altro ieri sera ho ricevuto in regalo Omeros di Derek Walcott, comprato nella libreria Shakespeare & Co. kilometer 0 nel Quartiere Latino, frequentata da Hemingway e da tutta la Generazione Perduta. A cena una gallette, una crêpe fatta col grano saraceno, innaffiata con un sidro delizioso; una tappa all'Highlander (solo perché si trovava sulla strada). Poi ho preso a camminare, per chilometri. Libero. Mi sono ritrovato sotto la Tour Eiffel alle due del mattino. Non c'era nessuno, quell'irresistibile ammasso di ferraglia luminescente si mostrava ai miei soli occhi. Ecco, a volte essere in vita sì, direi che ne vale la pena.

Poi c'erano gli indolenti pomeriggi di primavera, in cui passavamo a raccogliere posta e pettegolezzi al Gait Frogé, la libreria inglese di rue de Seine, oppure facevamo un salto al Père Lachaise, dove ci imbambolavamo davanti alle tombe di immortali come Oscar Wilde e Heinrich Heine.

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posted by Giampiero Busato at 10:55 PM | Permalink | 0 comments