Black holes, and R(oviasca)lations
Posted on | marzo 25, 2009 | No Comments

In piedi: papà Dellapiana, Patrizia, Stefano, don Renzo, Mauro, Federica (coperta), Teresina, Marida. Accosciati: mamma, Gipì
Our hopes and expectations
Black holes and revelations
Our hopes and expectations
Black holes and revelations
Ci pensavo da un sacco, stamattina l’ho fatto. Per raccapezzarmi mi son portato dietro due foto: quella del campetto (qui sotto) e quella del gruppo dei grandi, qui sopra. Inutilissima: ci sono i capi lupetti in posa con le cuoche. Stefano fa le corna a Patrizia, Mauro prova a farle a Teresina ma arriva troppo tardi. Sotto, ecco il campetto. Mia madre fece dieci giorni di fotografie dal terrazzo della casa, e scoprimmo quell’anno che soffriva i movimenti di coordinazione occhio-mano. Mirava sempre una spanna in alto e tutti i suoi scatti, al più, tagliano all’altezza del busto. Questa è una delle poche foto che si salvano: tutte le altre inquadrano la casa di fronte, che è quanto ho tenuto a memoria per un quarto di secolo essendo protagonista di tutte le immagini: i coppi di cotto e la parete rossiccia. Quel nano al centro del campo sono io.
Di Roviasca schifavo il nome e soprattutto il fatto che secondo i miei genitori non esistesse: secondo loro era Roaschia, un paese in montagna in provincia di Cuneo, e rischiammo di non arrivare al campo lupetti. Invece si chiamava proprio Roviasca, come oggi del resto, ed è in provincia di Savona, vicino a Quiliano. Quel giorno era il diciannove luglio del 1985 e lo ricordo bene perché La Stampa – che papà aveva infilato nel portaoggetti della portiera della Panda – parlava del venerdì nero della lira, passata in poche ore da milleottocentoquaranta a duemiladuecento lire sul dollaro. La Banca d’Italia aveva combinato un casino inverecondo e rischiammo quasi tutto senza sapere quasi niente.
Non avevo voglia, quell’anno, di andare in vacanza coi lupi. Prima di tutto perché l’anno prima eravamo stati a Sant’Anna di Valdieri e mi era piaciuto, e quando le cose mi piacciono voglio rifarle. Secondo perché a Roviasca non c’ero mai stato e le cose che non ho mai fatto mi fanno venire un po’ di mal di pancia, ho paura che non mi piacciano, mi spavento e non sono tranquillo. Parlo al presente perché non è cambiato alcunché. Terza ragione: mi avevano detto che c’erano più di cento chilometri da fare, distanza oltre la quale a nove anni mi saliva in gola una certa ansia. E poi si vociferava che fosse una località vicina a Savona eppure in montagna. Ai tempi poteva essere argomento di accese discussioni coi compagni di classe, le montagne sul mare. Per esempio ai Balzi Rossi, vicino a Ventimiglia, c’ero stato e lì c’erano montagne ma anche il mare. Non dico fare il bagno, ma almeno vederlo il mare da lontano, sentire la puzza di porto. Il fatto è che non ero molto brillante in certi frangenti: “entroterra” lo dicevo ma non sapevo assolutamente cosa significasse. Ricordo che aspettavamo il resto del branco, e per ingannare l’attesa ci sfidammo all’ultimo sangue al gioco principe dei lupetti: fazzolettone.
Alla rotonda, girare a destra. Poi, tenere la destra. Destinazione tra 5,6 chilometri. Ho un po’ di ansia. Attaccata alla parete esterna di un bar, trovo un’insegna del telefono (qualle gialla, coi buchi) che non vedevo… Che non vedevo dal 1985, mi sa. La casa dei Lupi, un casermone parrocchiale affittato per due settimane dal Branco Alba Uno, è ancora lì, sulla destra, sullo stradone in salita dalla piazzetta del paese. Ma non la riconosco subito. La sicurezza arriva solo quando mi giro e vedo lei, la casa rossa col tetto rosso. Sbiadita dal mezzo secolo di esposizione alle intemperie, ma è indubitabilmente lei.
Del paese non ricordavo niente, quindi tutto regolare: non ricordo niente nemmeno adesso. In effetti non giravamo per la borgata di giorno, solo la notte per i Giochi Notturni. Quell’anno inseguimmo alle quattro del mattino un fantasma che si chiamava Casco Bianco su per la montagna (che poi era il nostro Akela col suo casco della moto da cross, e si cagava più di noi); io tremavo a ogni frusciar di fronda, pur essendo capo sestiglia ed essendo tenuto per legge del Branco al contegno. In ogni occasione.
“Lupi? Yao! Lupi? Yao! Lupi, lupi, lupi? Yao, yao, yao!” Per richiamarci al silenzio era questo lo scambio di urla col capo del branco. Boia, il cortile è un prato, un praticello con gli alberi. Uno sputo di prato: è piccolissimo, come diavolo facevamo a starci tutti? Lo ricordavo enorme. Dentro la casa dei Lupi non posso entrare: è chiusa, è disabitata, e c’è l’allarme (spento?). L’unico ricordo che ho è quello della cucina, le file di scodelle coi budini e il latte e cacao la mattina.
La terrazza è ancora lì, in alto a sinistra, che dà sul prato: mi pareva alta dieci metri, oggi manca poco che mi ci possa arrampicare con un balzo. E’ da lassù che mamma, una delle cuoche con Teresina – che mi faceva ridere perché essendo sarda aveva un cognome per un langhetto assi comico, Acca – scattava le foto sbilenche. Nel 1985 ero un privilegiato: arrivavo sul posto della vacanza estiva sempre in anticipo, con la macchinata dei capi scout e quella al seguito, cibo e cuoche. Non godevo di vantaggi, tuttavia, giacché le consegne dei capi erano inflessibili: niente coccole e niente moine, la cuoca fa solo la cuoca. E le foto al bimbo le fa solo di nascosto (ma non era fatto obbligo di scattare solo foto di merda, santa pace).
Cammino nel vialetto e mi sembra di essere trapassato dai grandi che scaricano, sudati marci, i furgoni con le vettovaglie e il resto. Stefano (che era Bagheera, mi pare) aveva trovato in frigo una mezza bottiglia di Coca e senza farsi tante domande se l’era sgolata. Faceva un caldo bestiale e hai voglia a sognare l’aria condizionata in auto nel 1985. Peccato fosse aceto, quella Coca: l’abbiamo sentito cristonare dal parcheggio e qualcuno diceva: “Meno male che don Renzo non c’è”. Don Renzo è morto, tra l’altro. Come il papà dei Dellapiana, che se n’è andato giovanissimo. Passa Pertini, passa Cossiga, passa Scalfaro, passa Ciampi, arriva Napolitano e nella cassetta delle lettere, frattanto, qualcuno ha messo su casa. Tiro su l’anta, sento sbeccare, mi allontano dopo questo scatto. Forse ho sbagliato a non rimetterla a posto, l’anta: adesso un gatto ci può fare un pensierino, al fortino dell’uccello.
In fondo al cortile ricordavo la casa bianca, ma non la scritta: incredibile, è rimasta sempre quella. Abbasso le brunse, dice. Qui siamo ai confini col Piemonte, e la brunsa è un recipiente di ghisa che serve per cuocere quando le bocche da sfamare sono tante. Dubito che uno scout possa aver imbrattato un muro (Lord Baden Powell lo sgriderebbe dal cielo) per manifestare la sua non voglia di lavare le pentole. Ma in effetti è lì che le lavavamo. Vuoi dire che…
La prima canzone che parte, mentre giro la macchina e punto verso casa, è sempre quella.
Our hopes and expectations
Black holes and revelations
Our hopes and expectations Black holes and revelations (Muse, Starlight)
Tags: Branco Alba Uno > don Renzo Mellino > Gipì > lupetti > Muse Starlight > Roviasca
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