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dal 1995 la sregolatezza senza il genio

Spogliamoci insieme, Silvio

Posted on | settembre 5, 2009 | No Comments

Pino Maffi: “D’altronde un certo tipo di costume sta cambiando, no?”

Lo sapete quand’è che abbiamo iniziato a perdere tutto? Il 21 ottobre 1977.
Cinema Anteo, Milano, venerdì, ore 17. Siamo in otto, nella sala Quattrocento, alla ‘prima’ di un documentario girato da un bergamasco trapiantato in Svezia (eh?), lui si chiama Erik Gandini, il documentario Videocracy. Non dice niente di nuovo: come è nata la tv commerciale, Berlusconi, il suo amico Mora, la presidenza del consiglio,  culi e tette, le ragazze ai provini, la gente rincoglionita dai network privati. Già visto e sentito. Il tutto, poi, vissuto attraverso l’occhio bovino di un wannabe, ragazzo sfigatello del bresciano che si crede un po’ Van Damme e un po’ Ricky Martin - ma ha più i tratti di Alvaro Vitali - e vuole a tutti i costi andare in tv ma non ce la fa.

La voce di Gandini è cantilenante, il documentario ha tanti momenti di ’stanca’ ma le prime scene mi rapiscono. Ero troppo piccolo per ricordare eppure ricordo: ecco dove è iniziato tutto. Tele Torino International.  Una telecamera in un finto night club, un telefono, Elvira di Cuneo che chiama per rispondere alla domanda “Chi è in testa alla classifica della coppa del mondo di sci”, indovina e il premio è lo strip di una casalinga incappucciata. Gli operai di Torino restano su la sera per trastullarsi con le cosce delle massaie frustrate alla ribalta; di là, sulla Rai, c’è Allegria Mike Bongiorno. O Zavoli, o Biagi, al massimo Tortora. Alcuni imprenditori protestano: la mattina gli operai sono rincoglioniti, per il poco sonno e non solo. Il programma l’ha inventato un signore che si chiama Pino Maffi, lo ha battezzato Spogliamoci insieme. Prima puntata: 21 ottobre 1977.

Ma da chi avevo sentito parlare, di questo Pino Maffi? Eureka! Da Roberto Giovalli. Un ex ragazzo di Torino che in quegli studi finì per caso, a ritirare un buono per una pizza, e finì in qualche mese a dirigere la tv locale. A 27 anni direttore delle tre reti Fininvest (adesso vive a Formentera). Maffi, Giovalli, spogliamoci insieme, Tele Torino, Berlusconi. Il primo passo. Il secondo: Colpo Grosso e le tette con le stelline, Umberto Smaila. Drive In, le ragazze fast food, Tinì Cansino. Poi Striscia la notizia. Il resto è recente.

Il problema, qui, non sono le puttane né, in fondo, il partito Fininvest. Le aveva anche Priamo, le troie. Qui è successo che una morale strisciante, quella democristiana, copriva le gambe dei tavoli al TG1 mentre i nostri genitori e i nostri nonni erano esattamente come noi, come i loro avi e come saranno i nostri nipoti: guardavano le tette, puntavano gli occhi sui culi, parlavano di automobili, soldi, sesso, cibo, alcol. Con Tribuna politica si rompevano le palle. Non ci potevano credere, di aver ricevuto in regalo bikini, quiz scosciati, telenovele e minchiate assortite. La televisione commerciale spalancò il mondo dell’arrazzamento catodico, che poi è da sempre quello del bar. Le ragazze si sposavano a vent’anni, due figli a ventotto, fatiche e sbadigli e magari, addormentandosi, sognavano di cantare Cin cin, cin cin, ricopri-mi-di-ba-ci“. Silvio aveva capito tutto perché pensava e voleva quelle stesse cose. La villazza, la gnocca, il calcio, feste, portafoglio pieno per comprare tutto quel cavolo che ti va (“Piace? Coooompro!” di zampettiana memoria). L’argomento principe? Facile: era ipocrita chi schifava il tetteculismo, perché poi se lo andava a vedere in casa sua; era vecchio, perché i bigotti sapevano di vecchio (“D’altronde un certo tipo di costume sta cambiando, no?” profetizzò Maffi).

Oggi non c’è più niente da dire né da fare. Se una bottiglia la agiti per anni col tappo sigillato, quando stappi non resta più niente. Otto persone su dieci, quello che sanno, lo sanno da lì. Dalla tivù. L’Italia, che era stata un faro della civiltà, si è consegnata alla persona che ha dato loro Dallas, Il pranzo è servito, C’eravamo tanto amati, come sarebbe successo in qualunque repubblichina nata l’altroieri in Africa. Se non sai chi è Camilla Ferranti sei uno snob. Se Maria De Filippi ti sembra il parto di Robert Lifton sei un estremista, perché in fondo un po’ di tivù generalista non fa male a nessuno. Un giorno ho letto di un tizio che voleva avere come sindaco Rino Gattuso, il suo idolo, calciatore del Milan. L’identificazione, ormai, è totale: calciatori in politica, donne nude in tivù fidanzate coi calciatori, il padrone della tivù presidente della squadra di calcio e pure del consiglio dei ministri dello Stato.

Forse si poteva fare qualcosa ai tempi di Pino Maffi: ma non coprendo le casalinghe. Magari spiegando a Giulio Andreotti che mentre la censura Dc della Rai toglieva “Vietnam” e “Vietcong” ai testi del più imbelle e acquoso dei canterini, Gianni Morandi, perché si riteneva desse scandalo alle menti pure e inconsapevoli del pubblico italiano, di là ribolliva la rivoluzione pubblica delle tette. Nessuno che se ne sia reso conto, a parte un palazzinaro di Arcore più bravo, più furbo e più coraggioso degli altri. Più la Rai ingessava, più culo c’era sul Biscione. Tra Jader Jacobelli vicino alla pensione e le poppe di una ventenne non c’era partita. Adesso la partita è persa.

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