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	<title>ilBranco &#187; Storie</title>
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	<description>dal 1995 la sregolatezza senza il genio</description>
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		<title>Spogliamoci insieme, Silvio</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Sep 2009 10:25:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampiero Busato</dc:creator>
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Pino Maffi: &#8220;D&#8217;altronde un certo tipo di costume sta cambiando, no?&#8221;

Lo sapete quand&#8217;è che abbiamo iniziato a perdere tutto? Il 21 ottobre 1977.
Cinema Anteo, Milano, venerdì, ore 17. Siamo in otto, nella sala Quattrocento, alla &#8216;prima&#8217; di un documentario girato da un bergamasco trapiantato in Svezia (eh?), lui si chiama Erik Gandini, il documentario Videocracy. Non dice [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="center"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="448" height="341" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/sYzSh5e0vSs&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="448" height="341" src="http://www.youtube.com/v/sYzSh5e0vSs&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
<p><em>Pino Maffi: &#8220;D&#8217;altronde un certo tipo di costume sta cambiando, no?&#8221;</em>
</div>
<p style="text-align: justify;">Lo sapete quand&#8217;è che abbiamo iniziato a perdere tutto? Il <strong>21 ottobre 1977</strong>.<br />
Cinema Anteo, Milano, venerdì, ore 17. Siamo in otto, nella sala Quattrocento, alla &#8216;prima&#8217; di un documentario girato da un bergamasco trapiantato in Svezia (eh?), lui si chiama <strong>Erik Gandini</strong>, il documentario <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=-9AXQGGkgK8">Videocracy</a></strong>. Non dice niente di nuovo: come è nata la tv commerciale, Berlusconi, il suo amico Mora, la presidenza del consiglio,  culi e tette, le ragazze ai provini, la gente rincoglionita dai network privati. Già visto e sentito. Il tutto, poi, vissuto attraverso l&#8217;occhio bovino di un <em>wannabe</em>, ragazzo sfigatello del bresciano che si crede un po&#8217; Van Damme e un po&#8217; Ricky Martin - ma ha più i tratti di Alvaro Vitali - e vuole a tutti i costi andare in tv ma non ce la fa.</p>
<p style="text-align: justify;">La voce di Gandini è cantilenante, il documentario ha tanti momenti di &#8217;stanca&#8217; ma le prime scene mi rapiscono. Ero troppo piccolo per ricordare eppure ricordo: ecco dove è iniziato tutto. <strong>Tele Torino International</strong>.  Una telecamera in un finto night club, un telefono, Elvira di Cuneo che chiama per rispondere alla domanda &#8220;Chi è in testa alla classifica della coppa del mondo di sci&#8221;, indovina e il premio è lo strip di una casalinga incappucciata. Gli operai di Torino restano su la sera per trastullarsi con le cosce delle massaie frustrate alla ribalta; di là, sulla Rai, c&#8217;è Allegria Mike Bongiorno. O Zavoli, o Biagi, al massimo Tortora. Alcuni imprenditori protestano: la mattina gli operai sono rincoglioniti, per il poco sonno e non solo. Il programma l&#8217;ha inventato un signore che si chiama <a href="http://it-it.facebook.com/pino.maffi">Pino Maffi</a>, lo ha battezzato <strong>Spogliamoci insieme</strong>. Prima puntata: 21 ottobre 1977.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma da chi avevo sentito parlare, di questo Pino Maffi? Eureka! Da <a href="http://www.la7.it/approfondimento/dettaglio.asp?prop=invasioni&amp;video=618">Roberto Giovalli</a>. Un ex ragazzo di Torino che in quegli studi finì per caso, a ritirare un buono per una pizza, e finì in qualche mese a dirigere la tv locale. A 27 anni direttore <strong>delle tre reti Fininvest</strong> (adesso <a href="http://frittinpagella.blogspot.com/2009/07/chez-gerdi-es-pujols-formentera-spagna.html">vive a Formentera</a>). Maffi, Giovalli, spogliamoci insieme, Tele Torino, Berlusconi. Il primo passo. Il secondo: Colpo Grosso e le tette con le stelline, Umberto Smaila. Drive In, le ragazze <em>fast food</em>, Tinì Cansino. Poi Striscia la notizia. Il resto è recente.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema, qui, non sono le puttane né, in fondo, il partito Fininvest. Le aveva anche Priamo, le troie. Qui è successo che una morale strisciante, quella democristiana, copriva le gambe dei tavoli al TG1 mentre i nostri genitori e i nostri nonni erano esattamente come noi, come i loro avi e come saranno i nostri nipoti: guardavano le tette, puntavano gli occhi sui culi, parlavano di automobili, soldi, sesso, cibo, alcol. Con Tribuna politica si rompevano le palle. Non ci potevano credere, di aver ricevuto in regalo bikini, quiz scosciati, telenovele e minchiate assortite. La televisione commerciale spalancò il mondo dell&#8217;arrazzamento catodico, che poi è da sempre quello del bar. Le ragazze si sposavano a vent&#8217;anni, due figli a ventotto, fatiche e sbadigli e magari, addormentandosi, sognavano di cantare <a href="http://www.youtube.com/watch?v=iOOCECXSLIY">Cin cin, cin cin, ricopri-mi-di-ba-ci</a>&#8220;. Silvio aveva capito tutto perché pensava e voleva quelle stesse cose. La villazza, la gnocca, il calcio, feste, portafoglio pieno per comprare tutto quel cavolo che ti va (&#8220;Piace? Coooompro!&#8221; di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=M0GB3mr52OE">zampettiana</a> memoria). L&#8217;argomento principe? Facile: era ipocrita chi schifava il tetteculismo, perché poi se lo andava a vedere in casa sua; era vecchio, perché i bigotti sapevano di vecchio (&#8220;D&#8217;altronde un certo tipo di costume sta cambiando, no?&#8221; profetizzò Maffi).</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi non c&#8217;è più niente da dire né da fare. Se una bottiglia la agiti per anni col tappo sigillato, quando stappi non resta più niente. Otto persone su dieci, quello che sanno, lo sanno da lì. Dalla tivù. L&#8217;Italia, che era stata un faro della civiltà, si è consegnata alla persona che ha dato loro <em>Dallas</em>, <em>Il pranzo è servito</em>, <em>C&#8217;eravamo tanto amati</em>, come sarebbe successo in qualunque repubblichina nata l&#8217;altroieri in Africa. Se non sai chi è Camilla Ferranti sei uno snob. Se Maria De Filippi ti sembra il parto di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Jay_Lifton">Robert Lifton</a> sei un estremista, perché in fondo un po&#8217; di <em>tivù generalista</em> non fa male a nessuno. Un giorno ho letto di un tizio che voleva avere come sindaco <strong>Rino Gattuso</strong>, il suo idolo, calciatore del Milan. L&#8217;identificazione, ormai, è totale: calciatori in politica, donne nude in tivù fidanzate coi calciatori, il padrone della tivù presidente della squadra di calcio e pure del consiglio dei ministri dello Stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse si poteva fare qualcosa ai tempi di Pino Maffi: ma non coprendo le casalinghe. Magari spiegando a Giulio Andreotti che mentre la censura Dc della Rai toglieva &#8220;Vietnam&#8221; e &#8220;Vietcong&#8221; ai testi del più imbelle e acquoso dei canterini, Gianni Morandi, perché si riteneva desse scandalo alle menti pure e inconsapevoli del pubblico italiano, di là ribolliva la rivoluzione pubblica delle tette. Nessuno che se ne sia reso conto, a parte un palazzinaro di Arcore più bravo, più furbo e più coraggioso degli altri. Più la Rai ingessava, più culo c&#8217;era sul Biscione. Tra Jader Jacobelli vicino alla pensione e le poppe di una ventenne non c&#8217;era partita. Adesso la partita è persa.</p>
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		<title>Randy l&#8217;italiano</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Aug 2009 15:04:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampiero Busato</dc:creator>
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Mi fa piacere che qualche anima buona si sia preso la briga di mettere i sottotitoli in italiano a tutta la Last Lecture di Randy Pausch, anticipando la mia ignavia. Anglonegati: adesso potete.
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="344" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/ZawJ525dwH8&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x006699&amp;color2=0x54abd6" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="344" src="http://www.youtube.com/v/ZawJ525dwH8&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x006699&amp;color2=0x54abd6" allowfullscreen="true" allowscriptaccess="always"></embed></object></p>
<p>Mi fa piacere che qualche anima buona si sia preso la briga di mettere i sottotitoli in italiano a tutta la <strong>Last Lecture</strong> di <strong>Randy Pausch</strong>, anticipando la mia ignavia. Anglonegati: adesso potete.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Youtube.montanelli.com</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Apr 2009 10:04:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampiero Busato</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344" data="http://www.youtube.com/v/oOP3Z09GQcI&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x006699&amp;color2=0x54abd6" type="application/x-shockwave-flash"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/oOP3Z09GQcI&amp;hl=it&amp;fs=1&amp;rel=0&amp;color1=0x006699&amp;color2=0x54abd6" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Montanelli</strong> non conosceva <strong>YouTube</strong>. E hanno ragione quelli che sostengono che gli avrebbe dato molto fastidio essere celebrato dalla sinistra italiana, che Indro avversò sempre. Però oggi, che infuriano le celebrazioni del centenario della nascita, con la Rete possiamo mettere ordine nella vicenda del Montanelli in guerra con Berlusconi. I fatti sono noti ai più, quelli che a metà anni &#8216;90 erano sufficientemente adulti per leggere un quotidiano. Quando Berlusconi entrò in politica chiese al direttore del suo <em>Giornale</em>, per l&#8217;appunto Montanelli, di diventare il capo del bollettino del suo nuovo partito. Montanelli, giustamente, lo mandò a quel paese e se ne andò.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi ci sono due versioni della storia: la prima, quella &#8216;di sinistra&#8217;, vuole che Berlusconi avesse obbligato Montanelli a fare da suo megafono elettorale. La seconda, &#8216;di destra&#8217;, è che Montanelli avesse deciso così, in un giorno di <em>uàllera</em>, di far gli scatoloni e di dimettersi. Uno dei difensori di questa seconda tesi, l&#8217;antico ma ancora attivo <em>columnist</em> <strong>Paolo Granzotto</strong>, fa leva sul fatto che Montanelli fosse di destra per sostenere che <a href="http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=345537">mai e poi mai Indro si sia lamentato di un&#8217;ingerenza berlusconiana nel suo Giornale</a>, e per dire che chi caldeggia l&#8217;altra ipotesi è un <em>sinistro</em> in malafede.  Come <strong>Marco Travaglio</strong>, per dire (che è di destra ma in Italia è complicato spiegare che la destra NON è Berlusconi).</p>
<p style="text-align: justify;">Per nostra fortuna c&#8217;è l&#8217;unica persona al mondo che può confermare o smentire ciò che davvero pensò e disse Indro Montanelli. Si chiama Indro Montanelli. In una trasmissione di Michele Santoro del 2001, nella quale Travaglio stava raccontando di quel giorno in cui Berlusconi chiese al Giornale di diventare l&#8217;organo di partito di Forza Italia, Vittorio Feltri dava del bugiardo a Travaglio. Montanelli chiamò: sentite cosa disse, a Travaglio e a Feltri. Granzotto: ascolta anche tu, perché se c&#8217;eri mi sa che le orecchie, come dici, le hai ancora buone. La memoria, mi sa, un pochetto meno.</p>
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		<title>Black holes, and R(oviasca)lations</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2009 17:19:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampiero Busato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
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Our hopes and expectations
Black holes and revelations
Our hopes and expectations
Black holes and revelations
Ci pensavo da un sacco, stamattina l&#8217;ho fatto. Per raccapezzarmi mi son portato dietro due foto: quella del campetto (qui sotto) e quella del gruppo dei grandi, qui sopra. Inutilissima: ci sono i capi  lupetti in posa con le cuoche. Stefano fa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilbranco.com/uploaded_images/roviasca1-748240.jpg"></a></p>
<div id="attachment_315" class="wp-caption aligncenter" style="width: 430px"><a href="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/11/rov1.jpg"><img class="size-full wp-image-315" title="rov1" src="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/11/rov1.jpg" alt="In piedi: papà Dellapiana, Patrizia, Stefano, don Renzo, Mauro, Federica (coperta), Teresina, Marida. Accosciati: mamma, Gipì" width="420" height="260" /></a><p class="wp-caption-text">In piedi: papà Dellapiana, Patrizia, Stefano, don Renzo, Mauro, Federica (coperta), Teresina, Marida. Accosciati: mamma, Gipì</p></div>
<p style="text-align: justify;"><em>Our hopes and expectations<br />
Black holes and revelations<br />
Our hopes and expectations<br />
Black holes and revelations</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ci pensavo da un sacco, stamattina l&#8217;ho fatto. Per raccapezzarmi mi son portato dietro <strong>due foto</strong>: quella del campetto (qui sotto) e quella del gruppo dei grandi, qui sopra. Inutilissima: ci sono i capi  lupetti in posa con le cuoche. Stefano fa le corna a Patrizia, Mauro prova a farle a Teresina ma arriva troppo tardi. Sotto, ecco il campetto. Mia madre fece dieci giorni di fotografie dal terrazzo della casa, e scoprimmo quell&#8217;anno che soffriva i movimenti di coordinazione occhio-mano. Mirava sempre una spanna in alto e tutti i suoi scatti, al più, tagliano all&#8217;altezza del busto. Questa è una delle poche foto che si salvano: tutte le altre inquadrano la casa di fronte, che è quanto ho tenuto a memoria per un quarto di secolo essendo protagonista di tutte le immagini: i coppi di cotto e la parete rossiccia. Quel nano al centro del campo sono io.</p>
<div id="attachment_316" class="wp-caption aligncenter" style="width: 465px"><a href="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/11/rov2.jpg"><img class="size-full wp-image-316" title="rov2" src="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/11/rov2.jpg" alt="Stadio di Roviasca: chiedo palla, inutilmente." width="455" height="289" /></a><p class="wp-caption-text">Stadio di Roviasca: chiedo palla, inutilmente.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Di Roviasca schifavo il nome e soprattutto il fatto che secondo i miei genitori non esistesse: secondo loro era Roaschia, un paese in montagna in provincia di Cuneo, e rischiammo di non arrivare al campo lupetti. Invece si chiamava proprio <a href="http://maps.google.it/maps?oe=UTF-8&amp;hl=it&amp;tab=wl&amp;q=roviasca">Roviasca</a>, come oggi del resto, ed è in provincia di Savona, vicino a Quiliano. Quel giorno era il <strong>diciannove luglio del 1985</strong> e lo ricordo bene perché La Stampa &#8211; che papà aveva infilato nel portaoggetti della portiera della Panda &#8211; parlava del <a href="http://www.jolefilm.com/files/index.cfm?id_rst=45&amp;id_elm=192">venerdì nero della lira</a>, passata in poche ore da milleottocentoquaranta a duemiladuecento lire sul dollaro. La <strong>Banca d&#8217;Italia</strong> aveva combinato un casino inverecondo e rischiammo quasi tutto senza sapere quasi niente.<br />
Non avevo voglia, quell&#8217;anno, di andare in vacanza coi lupi. Prima di tutto perché l&#8217;anno prima eravamo stati a <strong>Sant&#8217;Anna di Valdieri</strong> e mi era piaciuto, e quando le cose mi piacciono voglio rifarle. Secondo perché a Roviasca non c&#8217;ero mai stato e le cose che non ho mai fatto mi fanno venire un po&#8217; di mal di pancia, ho paura che non mi piacciano, mi spavento e non sono tranquillo. Parlo al presente perché non è cambiato alcunché. Terza ragione:  mi avevano detto che c&#8217;erano più di cento chilometri da fare, distanza oltre la quale a nove anni mi saliva in gola una certa ansia. E poi si vociferava che fosse una località vicina a Savona eppure in montagna. Ai tempi poteva essere argomento di accese discussioni coi compagni di classe, le montagne sul mare. Per esempio ai Balzi Rossi, vicino a Ventimiglia, c&#8217;ero stato e lì c&#8217;erano montagne ma anche il mare. Non dico fare il bagno, ma almeno vederlo il mare da lontano, sentire la puzza di porto. Il fatto è che non ero molto brillante in certi frangenti: &#8220;entroterra&#8221; lo dicevo ma non sapevo assolutamente cosa significasse. Ricordo che aspettavamo il resto del branco, e per ingannare l&#8217;attesa ci sfidammo all&#8217;ultimo sangue al gioco principe dei lupetti: fazzolettone.</p>
<div id="attachment_317" class="wp-caption aligncenter" style="width: 430px"><a href="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/11/rov3.jpg"><img class="size-full wp-image-317" title="rov3" src="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/11/rov3.jpg" alt="Giochiamo a fazzolettone? Basta un fazzolettone. E dell'acqua per far le righe." width="420" height="281" /></a><p class="wp-caption-text">Giochiamo a fazzolettone? Basta un fazzolettone. E dell&#39;acqua per far le righe.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Alla rotonda, girare a destra. Poi, tenere la destra. Destinazione tra 5,6 chilometri. Ho un po&#8217; di ansia. Attaccata alla parete esterna di un bar, trovo un&#8217;insegna del telefono (qualle gialla, coi buchi)  che non vedevo&#8230; Che non vedevo dal 1985, mi sa. La casa dei Lupi, un casermone parrocchiale affittato per due settimane dal <strong>Branco Alba Uno</strong>, è ancora lì, sulla destra, sullo stradone in salita dalla piazzetta del paese. Ma non la riconosco subito. La sicurezza arriva solo quando mi giro e vedo lei, la casa rossa col tetto rosso. Sbiadita dal mezzo secolo di esposizione alle intemperie, ma è indubitabilmente lei.</p>
<div id="attachment_322" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/11/25032009614.jpg"><img class="size-medium wp-image-322" title="25032009614" src="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/11/25032009614-300x225.jpg" alt="La casa rossa è stinta, ma è sempre lei." width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">La casa rossa è stinta, ma è sempre lei.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Del paese non ricordavo niente, quindi tutto regolare: non ricordo niente nemmeno adesso. In effetti non giravamo per la borgata di giorno, solo la notte per i Giochi Notturni. Quell&#8217;anno inseguimmo alle quattro del mattino un fantasma che si chiamava Casco Bianco su per la montagna (che poi era <strong>il nostro Akela</strong> col suo casco della moto da cross, e si cagava più di noi); io tremavo a ogni frusciar di fronda, pur essendo capo sestiglia ed essendo tenuto per legge del Branco al contegno. In ogni occasione.</p>
<div id="attachment_318" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/11/1.jpg"><img class="size-medium wp-image-318" title="1" src="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/11/1-300x225.jpg" alt="Il cortile sterrato, 24 anni dopo." width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Il cortile sterrato, 24 anni dopo.</p></div>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Lupi? Yao! Lupi? Yao! Lupi, lupi, lupi? Yao, yao, yao!&#8221; </em> Per richiamarci al silenzio era questo lo scambio di urla col capo del branco. Boia, il cortile è un <strong>prato, un praticello con gli alberi</strong>. Uno sputo di prato: è piccolissimo, come diavolo facevamo a starci tutti? Lo ricordavo enorme. Dentro la casa dei Lupi non posso entrare: è chiusa, è disabitata, e c&#8217;è l&#8217;allarme (spento?). L&#8217;unico ricordo che ho è quello della cucina, le <strong>file di scodelle coi budini</strong> e il latte e cacao la mattina.</p>
<div id="attachment_323" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/11/rov5.jpg"><img class="size-medium wp-image-323" title="rov5" src="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/11/rov5-300x199.jpg" alt="La prova del cuoco (moltiplicato per 100)" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">La prova del cuoco (moltiplicato per 100)</p></div>
<p style="text-align: justify;">La terrazza è ancora lì, in alto a sinistra, che dà sul prato: mi pareva alta dieci metri, oggi manca poco che mi ci possa arrampicare con un balzo. E&#8217; da lassù che mamma, una delle cuoche con Teresina &#8211; che mi faceva ridere perché essendo sarda aveva un cognome per un <em>langhetto</em> assi comico, Acca &#8211;  scattava le foto sbilenche. Nel 1985 ero un privilegiato: arrivavo sul posto della vacanza estiva sempre in anticipo, con la macchinata dei capi scout e quella al seguito, cibo e cuoche.  Non godevo di vantaggi, tuttavia, giacché le consegne dei capi erano inflessibili: niente coccole e niente moine, la cuoca fa solo la cuoca. E le foto al bimbo le fa solo di nascosto (ma non era fatto obbligo di scattare solo foto di merda, santa pace).</p>
<div id="attachment_320" class="wp-caption aligncenter" style="width: 235px"><a href="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/11/25032009607.jpg"><img class="size-medium wp-image-320" title="25032009607" src="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/11/25032009607-225x300.jpg" alt="Poco da fare: il campetto è decisamente diventato un prato." width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Poco da fare: il campetto è decisamente diventato un prato.</p></div>
<p style="text-align: justify;">Cammino nel vialetto e mi sembra di essere trapassato dai grandi che scaricano, sudati marci, i furgoni con le vettovaglie e il resto. Stefano (che era <strong>Bagheera</strong>, mi pare) aveva trovato in frigo una mezza bottiglia di Coca e senza farsi tante domande se l&#8217;era sgolata. Faceva un caldo bestiale e hai voglia a sognare l&#8217;aria condizionata in auto nel 1985. Peccato fosse aceto, quella Coca: l&#8217;abbiamo sentito cristonare dal parcheggio e qualcuno diceva: <em>&#8220;Meno male che don Renzo non c&#8217;è&#8221;</em>. Don Renzo è morto, tra l&#8217;altro. Come il papà dei Dellapiana, che se n&#8217;è andato giovanissimo. Passa Pertini, passa Cossiga, passa Scalfaro, passa Ciampi, arriva Napolitano e nella cassetta delle lettere, frattanto, qualcuno ha messo su casa. Tiro su l&#8217;anta, sento sbeccare, mi allontano dopo questo scatto. Forse ho sbagliato a non rimetterla a posto, l&#8217;anta: adesso un gatto ci può fare un pensierino, al fortino dell&#8217;uccello.</p>
<div id="attachment_319" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/11/25032009617.jpg"><img class="size-medium wp-image-319" title="25032009617" src="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/11/25032009617-300x225.jpg" alt="Cip cip, c'è posta per te" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Cip cip, c&#39;è posta per te</p></div>
<p style="text-align: justify;">In fondo al cortile ricordavo la casa bianca, ma non la scritta: incredibile, è rimasta sempre quella. <em>Abbasso le brunse</em>, dice. Qui siamo ai confini col Piemonte, e la <em>brunsa</em> è un recipiente di ghisa che serve per cuocere quando le bocche da sfamare sono tante. Dubito che uno scout possa aver imbrattato un muro (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Baden-Powell">Lord Baden Powell</a> lo sgriderebbe dal cielo) per manifestare la sua non voglia di lavare le pentole. Ma in effetti è lì che le lavavamo. Vuoi dire che&#8230;</p>
<div id="attachment_321" class="wp-caption aligncenter" style="width: 190px"><a href="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/11/rov4.jpg"><img class="size-medium wp-image-321" title="rov4" src="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/11/rov4-180x300.jpg" alt="Abbasso le cosa? Le brunse?" width="180" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Abbasso le cosa? Le brunse?</p></div>
<p>La prima canzone che parte, mentre giro la macchina e punto verso casa, è sempre quella.</p>
<p><em>Our hopes and expectations<br />
Black holes and revelations<br />
Our hopes and expectations</em><em> Black holes and revelations (Muse, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Pgum6OT_VH8">Starlight</a>)<br />
</em></p>
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		<title>Centralia, il paese costruito sull&#8217;Inferno</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Feb 2009 12:29:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampiero Busato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alba]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[antracite]]></category>
		<category><![CDATA[Centralia]]></category>
		<category><![CDATA[Todd Dombowski]]></category>

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		<description><![CDATA[Centralia è, anzi, era un paesone di provincia della Pennsylvania. Discretamente ricco. Discretamente bello. Tipo Alba, via. Poi, un giorno del 1962, capitò una cosa strana: un incendio, un banale incendio in periferia, si accese e non si spense più. Non in superficie: là i pompieri lo domarono senza patemi, tempo qualche ora. Aveva preso fuoco il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 251px"><img title="Todd Dombowski" src="http://www.pabook.libraries.psu.edu/palitmap/Dombowski.jpg" alt="Centralia, Pennsylvania. Todd Dombowski e lalbero che lo salvò da Satana" width="241" height="241" /><p class="wp-caption-text">Centralia, Pennsylvania. Todd Dombowski e l&#39;albero che lo salvò da Satana</p></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Centralia</strong> è, anzi, era un paesone di provincia della Pennsylvania. Discretamente ricco. Discretamente bello. Tipo Alba, via. Poi, un giorno del 1962, capitò una cosa strana: un incendio, un banale incendio in periferia, si accese e non si spense più. Non in superficie: là i pompieri lo domarono senza patemi, tempo qualche ora. Aveva preso fuoco il sottosuolo. Sconcertati, i centraliani chiamarono le massime autorità federali per capire se davvero sotto Centralia avesse preso casa il diavolo. Risposta affermativa: il paese giaceva soave su ventiquattro milioni di tonnellate di antracite, che una volta attizzate potevano bruciare altro che per una settimana o un mese: si stimò un migliaio di anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Centralia prese a fondere. Si squagliavano le strade, i cittadini respiravano vapori e miasmi malsani finché un mattino il dodicenne <strong>Todd Dombowski</strong>, che stava giocando in giardino, rischiò di finire in braccio a Satana: il terreno gli sprofondò sotto i piedi e si salvò aggrappandosi all&#8217;albero piantato dal nonno davanti a casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Inutili tutti gli interventi, Centralia fu evacuata: i centraliani vennero finanziati per mollare le abitazioni  e andarono a vivere altrove. Salvo un paio di testoni, che tuttora vivono là nonostante il Cap di Centralia sia stato ufficialmente ritirato. Civilmente, Centralia non esiste più. Restano le vie, alcune caselle della posta (ma manca il Cap, e le lettere non arrivano più), una chiesa ortodossa ucraina (sì), segnali stradali che conducono al nulla e muretti che limitano giardini davanti a villette che non ci sono più. Ordinati e diligenti nella loro ottusità, le autorità hanno tirato giù e spianato ben bene le case prima che lo facesse per loro la fiamma perenne.</p>
<p style="text-align: justify;">Che c&#8217;entra tutto questo con Alba? Non so, forse niente. Però ho pensato alle cave di ghiaia sul fiume Tanaro, alle fabbrichette fumanti, ai palazzoni-vespaio, a tutte le schifezze della mia città e mi sono immaginato un fuoco catartico, tipo quello di Centralia, che squarciasse la terra e inghiottisse tutti gli scempi. E che lasciasse su le torri e quelle quattro case costruite, tanto tempo fa, con quel po&#8217; di rispetto che ormai si è perso.</p>
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		<title>Agosto Millenovecentottantasette</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Nov 2007 08:45:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampiero Busato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>

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		<description><![CDATA[“E quindi lo dico a voi donne, che usate tutti quei cosmetici. Sappiate che il cosmetico più bello è Cristo Gesù”.
Mamma e zia si guardano e sorridono. Il parroco col talare bianco e una striscia verde in verticale è vecchio, ha più di settant&#8217;anni che ho già calcolato io non avrò prima del 2046. Arretra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>“E quindi lo dico a voi donne, che usate tutti quei cosmetici. Sappiate che il cosmetico più bello è Cristo Gesù”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Mamma e zia si guardano e sorridono. Il parroco col talare bianco e una striscia verde in verticale è vecchio, ha più di settant&#8217;anni che ho già calcolato io non avrò prima del 2046. Arretra per sedersi sul seggiolone di velluto e per poco non inciampa nel filo del microfono, mia sorella mi dà una gomitata nelle costole e poi le esce quel suono strano di risata strozzata in gola che capita quando tieni la bocca serrata per non farti sentire. Per non ridere mi perdo nelle mie Converse bianche, nuove fiammanti, comprate da Do-Albasport a settantamila lire, quelle basse con la stellina color verde acqua. Mamma dice che sembro un malato, visto che ci dormo anche con le scarpe, che poi non è del tutto vero, è che me le metto vicino alle ciabatte così al mattino ricordo subito di avere la scarpe nuove e, magari, le porto anche col pigiama per mangiare colazione. Stacco lo sguardo dai piedi solo per perderlo ancora ma nella parete della cappella, tappezzata di <em>ex voto</em> mai spolverati. Nel quadretto ad altezza occhi c’è una signora che ringrazia in ginocchio Gesù bambino perché un signore è entrato in casa all’improvviso e ha fatto fuoco sul marito. Nel 1939. Ed è sopravvissuto, il marito, dev’essere andata così altrimenti che grazia ricevuta è; chissà invece cosa sarà successo a quello con la pistola.<br />
Dopo l’andate in pace amen usciamo in fila dalla chiesetta, la coda è a imbuto per colpa delle vecchiette che vanno al rallentatore e perché da quattro file di persone tutte vogliono uscire insieme dalla porticina laterale, il portone è chiuso perché è rotto. Non ricordo se siamo a San Bovo o a Borgomale perché hanno chiesa e sagrato quasi uguali e io perdo sempre l’orientamento quando salgo in macchina. Mio cugino parte per il prato del piazzale e dopo due falcate mi ricordo che non posso ricorrerlo perché ho le scarpe bianche. Allora rimango lì con mia sorella mentre mia mamma chiacchiera della sua labirintite, lamentando il fatto che il dottor Castella le ha spiegato che non c’è cura. Mio zio, che ha smesso di fumare e succhia continuamente le Hall’s mentoliptus amare, mi guarda dalla metà in giù e dice che sembro un gelataio perché ho pure i jeans bianchi: oh guarda che sono Levi’s gli rispondo, ma per lui anche coi Levi’s sembro un gelataio.<br />
A pranzo, siccome è domenica, risaliamo lo stradone con la Renault 4 rossa e andiamo all’osteria della posta, dove l’unica cosa buona a sentire il babbo è il cotechino con il purè; ogni volta ne prendo almeno due porzioni, tre col fatto che mia cugina finge di volerlo mangiare e poi ci scambiamo il piatto così lei fa la figura di aver mangiato con l’oste e io ci guadagno. Di solito ho talmente fame e il cotechino è talmente buono che lo mangio senza spellarlo, poi però mamma se ne accorge e io, non potendo mostrare a mia discolpa la pelle a bordo piatto, mi becco un sonoro cazziatone a meno che nei pressi non ci sia mio cugino, che mi regala la sua (ma è mia zia a spellarglielo, questo va detto, mentre io sono lasciato ogni domenica alla mercè di me stesso, anche se c&#8217;è il pesce da sfilettare). Secondo me non è che poi il resto dei piatti fosse schifoso, però siccome sentivo spesso mio padre commentare che la carne cruda non era granché perché aveva troppe venette di grasso e si vedeva che era di seconda scelta e poi che spesso le tagliatelle erano appiccicate e magari non ci mettevano abbastanza uova, allora mi fidavo. Mi sembrava che a parlare male di qualcosa si apparisse più intelligenti. In realtà a me piacevano abbastanza anche le tagliatelle ma di solito lui aveva ragione in quelle cose. Anche sul vino, l’oste della posta aveva solo quello sfuso della casa che era <em>vinapula</em> come diceva mio zio, anche se mio padre sosteneva che lo zio si desse delle arie da esperto di vino quando invece un giorno manco aveva riconosciuto un pinot grigio.</p>
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		<title>L&#8217;angelo dello Space Shuttle</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Feb 2007 13:29:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampiero Busato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gente notevole]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Christa McAuliffe]]></category>
		<category><![CDATA[Space Shuttle]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel giorno in cui morì m’ero innamorato di Christa McAuliffe. Avevo dieci anni, al tiggì due un giornalista che di cognome faceva Vallone raccontò costernato che il Challenger era esploso in volo e in sette, là dentro, erano morti all&#8217;istante. Bum. Pensai subito di andare a Cape Canaveral e varare un pedalò perché magari era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_426" class="wp-caption aligncenter" style="width: 217px"><a href="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/02/christamcauliffe.jpg"><img class="size-medium wp-image-426" title="christamcauliffe" src="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2007/02/christamcauliffe-207x300.jpg" alt="Christa McAuliffe" width="207" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Christa McAuliffe</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel giorno in cui morì m’ero innamorato di <strong>Christa McAuliffe</strong>. Avevo dieci anni, al tiggì due un giornalista che di cognome faceva Vallone raccontò costernato che il Challenger era esploso in volo e in sette, là dentro, erano morti all&#8217;istante. Bum. Pensai subito di andare a Cape Canaveral e varare un pedalò perché magari era là nell’oceano che nuotava, Christa, e sarebbe bastato tirarla su e poi magari sposarsi anche se ero un po’ indietro con gli anni per quelle cose. E nonostante fosse una prof. e geneticamente le prof non potessero piacerti. Il fungo dello Shuttle esploso, i serbatoi che precipitavano ai lati. Riguardavo il filmato nei giorni successivi e ogni volta speravo che qualcuno spuntasse fuori con la notiziona: “Guardate che è lassù con un paracadute, sta ancora scendendo, è viva”. Adesso che sono passati ventuno anni non è più il caso di aspettarla. Anche suo marito nel frattempo si è risposato.</p>
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		<title>Corso Raffaello 11</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Sep 2006 18:28:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampiero Busato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Uscite di branco]]></category>
		<category><![CDATA[alloggio di Torino]]></category>
		<category><![CDATA[corso Raffaello]]></category>
		<category><![CDATA[Enzo Gambaro]]></category>
		<category><![CDATA[la Padania]]></category>
		<category><![CDATA[Sensible World of soccer]]></category>
		<category><![CDATA[Telefunken]]></category>
		<category><![CDATA[Torino]]></category>
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Perché Raffaello 11 è il nostro indirizzo di e-mail? Se non lo sapete non potrete capire il significato del il frigo bomba, di un televisore Telefunken che si accendeva solo a pugni sul tubo catodico, della dispensa pericolante, della signora Broggini e il suo pesce rosso prematuramente morto e sostituito con un sosia, della piastra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="text">
<div>
<div id="attachment_212" class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><img class="size-full wp-image-212" title="Torino, corso Raffaello 11, novembre 1995. Mek" src="http://www.ilbranco.com/wp-content/uploads/2006/09/mek.jpg" alt="Torino, corso Raffaello 11, novembre 1995. Mek" width="400" height="585" /><p class="wp-caption-text">Torino, corso Raffaello 11, novembre 1995. Mek</p></div>
<p style="text-align: justify;">Perché Raffaello 11 è il nostro indirizzo di e-mail? Se non lo sapete non potrete <a href="http://www.ilbranco.com/foto/mep.jpg"></a>capire il significato del <strong>il frigo bomba</strong>, di un televisore Telefunken che si accendeva solo a pugni sul tubo catodico, della <strong>dispensa pericolante</strong>, della signora Broggini e il suo pesce rosso prematuramente morto e sostituito con un sosia, della piastra su cui far bollire il pentolone con la pasta. E poi la spesa al <strong>Supermercato MegaFresco</strong> di via Madama con la carta Mega, l&#8217;acqua Alpi Cozie e il pane &#8220;Panem&#8221;, l&#8217;Amiga 500 con <a href="http://www.swositalia.com/index2.html">Sensible World of Soccer</a> e le partite con <strong>Enzo Gambaro</strong> in porta!</p>
</div>
<div style="text-align: justify;">E poi G. Gentile, il tabaccaio passato a miglior vita cui chiedevi un biglietto del tram e un pacchetto di Merit e lui annuiva: &#8220;Due di Maaaaaaaarlboro?&#8221;, il Cubano (pizzeria tuttora viva e mediocre dal nome &#8220;La Quercia&#8221;), la tabaccaia di via Nizza, tale P. Pennetta (Pi Pennetta) che imboscava la Padania in mezzo alla Busiàrda (La Stampa) perché era <em>terrona</em> e il nostro coinquilino Pompeo, ai tempi, amava il vento del nord. O il panettiere di via Madama Cristina, Pignataro, subito ribattezzato dal padano &#8221;Pigna-Taru&#8221;. Oppure la tuta viola della Puma di Pompeo, usata con mocassini e coppola (ah, e anche il Montgomery) per andare a fare la spesa. E la ciabatta di pelle di capra appesa al muro del corridoio. Lo stereo gracchiante con &#8220;The Wall&#8221; dopo pranzo. Il pacco di biscotti da otto etti, il divano bombato, il canestro appeso al muro, il contascatti Sip, il freezer con le <strong>bistecche di cavallo</strong> (&#8220;Ah, perché anche tu hai dei cavalli? &#8211; chiese una sprovveduta ospite a Pier &#8211; e dove li tieni?&#8221; &#8220;Eh &#8211; aprendo lo sportello con l&#8217;adesivo della Padania in bella vista (<strong>foto a destra</strong>) &#8211; li tengo qui in freezer&#8221;. Perché abitavamo a Torino, in corso Raffaello, civico 11 bis. Sotto di noi, <a href="http://www.satyanandaitalia.net/corsiyoga_torino.htm">Satyananda Ashram</a>, un centro benessere e yoga. Anno di arrivo dei primi: domenica 26 settembre 1993. Anno di uscita degli ultimi luglio: 2000.</div>
<p><strong><span style="font-size:130%;color:#ff0000;">Formazioni ufficiali</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilbranco.com/foto/mek95.jpg"></a><strong>1993</strong>: Pompeo, Luca Adriano (detto Tentoni), Bors.<br />
<strong>1994</strong>: idem.<br />
<strong>1995/96</strong>: Mek, Bors, Pompeo.<br />
<strong>1996/97:</strong> Fuehrer, Spartaco, Pompeo, Mek.<br />
<strong>1997/98:</strong> Pompeo, Busato, Piter, Mek.<br />
<strong>1998/99:</strong> Nicole, Busato, Piter, Mek (da aprile a giugno: <em>guest star</em> Pompeo).<br />
<strong>1999/2000:</strong> Paola, Pietrino, Mek, Piter.</p>
</div>
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		<title>Mondi lontanissimi</title>
		<link>http://www.ilbranco.com/2006/09/mondi-lontanissimi/</link>
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		<pubDate>Sat, 23 Sep 2006 18:32:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampiero Busato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
 
La ragazza dagli occhi dolci vive in una manciata di metri quadrati nel centro della grande città, affacciata su un elegante viale illuminato dai lampioni.
Se sei fortunato, nelle lunghe sere d&#8217;inverno quando la città si prepara a dormire, puoi anche scorgere il suo timido profilo, chino sul tavolo nel pieno della notte intento a disegnare, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="text" style="text-align: justify;">
<p> </p>
<p style="text-align: justify;">La ragazza dagli occhi dolci vive in una manciata di metri quadrati nel centro della grande città, affacciata su un elegante viale illuminato dai lampioni.<br />
Se sei fortunato, nelle lunghe sere d&#8217;inverno quando la città si prepara a dormire, puoi anche scorgere il suo timido profilo, chino sul tavolo nel pieno della notte intento a disegnare, colorare, creare.<br />
All&#8217;interno potrai vedere le poche cose che servono a chi è un artista e vive lontano da casa: un piccolo cucinino tascabile nascosto in un armadio, una sedia e un tavolo rotondo, un divano che di notte diventa uno scomodissimo letto. C&#8217;è spesso una caffettiera che sbuffa sul fornello e l&#8217;odore di caffè ti accoglie insieme al profumo di lei, intenso e rilassante.<br />
E poi ci sono i mille volti che ti guardano dalle pareti: cantanti, artisti, personaggi di epoche lontane e diverse scrutano con attenzione lo sconosciuto che ha disturbato la loro tranquillità.<br />
La ragazza non è abituata ai complimenti, perché ne ha ricevuti troppi in vita sua, e non si fida più di niente e di nessuno.<br />
Se la guardi negli occhi nel freddo pungente della sera di Novembre, lei sorride, arrossisce, si guarda le punte dei piedi e sussurra un timido &#8220;grazie&#8221;.<br />
Per lei la vita al di fuori di quelle quattro mura, è grigia, ordinaria, difficile.<br />
Quello è un mondo con pochi colori e tante ombre, fatto di vicoli bui e salite durissime, di scelte da fare e da subire, di amori difficili e spaventosi.<br />
E&#8217; come un quadro sfocato, in continuo divenire, dai contorni incerti e indefiniti.<br />
E&#8217; complicato vivere là fuori. Troppo complicato.<br />
Il suo piccolo regno incantato invece è luce, calore, gioia.<br />
La sua è una vita fatta di colori, di grandi fogli in cartoncino e di quelle matite dalla punta smussata in giro per la stanza.<br />
C&#8217;è tutto quello di cui ha bisogno in quei pochi metri quadrati, e nulla che le possa far paura.<br />
Ci sono le matite per disegnare, i pennelli e il carboncino, la china e gli acquerelli.<br />
E poi le sue foto in bianco e nero, i ricordi e le immagini del passato, i suoi quadri colorati appesi ai muri, che la aiutano e la proteggono.<br />
Per lei è meglio disegnare, incidere, spruzzare, sporcarsi le mani con l&#8217;arte piuttosto che con la vita e con quella cosa spaventosa chiamata amore.<br />
Dice che in passato le hanno fatto del male, tanto male, e che noi poveri cittadini di questo mondo plumbeo e ordinario non possiamo capire cosa abbia passato.<br />
Non se la sente proprio di uscire con te nel buio e nel vento da cui sei venuto, non può sopportare di conoscere l&#8217;ignoto e magari di imparare ad amarlo.<br />
Forse è per questo che la ragazza dagli occhi dolci piange, mentre chiude il suo cuore, ti volta le spalle e torna a finire il suo quadro…<br />
(<strong>Miki TheQuick</strong>)</p>
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		<title>Ich bin Ein Berliner</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Aug 2006 18:17:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giampiero Busato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Berlino]]></category>

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Berlino, sinfonia di una grande città. Berlino. Una città senza centro, tante città in una. I l futuro e il passato, la storia e il presente. La meraviglia architettonica di Potsdamer Platz e le macerie di guerra in pieno centro, là dove una volta correva il muro.I casermoni in cemento armato della zona sovietica e [...]]]></description>
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<p style="text-align: justify;">Berlino, sinfonia di una grande città. Berlino. Una città senza centro, tante città in una. I l futuro e il passato, la storia e il presente. La meraviglia architettonica di Potsdamer Platz e le macerie di guerra in pieno centro, là dove una volta correva il muro.I casermoni in cemento armato della zona sovietica e le chiese barocche a due passi, la porta di Brandeburgo e i resti della cancelleria del Reich, la stazione Banhof Zoo (Christiane F. dove sarai finita?) e i parchi di Charlottenburg a pochi metri dal traffico urbano. Berlino che ti parla della sua storia, che è poi anche la tua, attraverso una linea di mattoni che corre dove una volta c&#8217;era il muro. Berlino, magico incontro di contrasti, crocevia di passato e futuro in perenne lotta.Città divisa, città post-nazista, post-comunista, post-industriale, post-tutto. Città di musei già proiettati nel futuro e di periferie sconsolate e pure affascinanti, di musica sperimentale fine anni Settanta e di riconversione industriale anni Novanta. Berlino, tu sei cemento armato e alluminio, ferro arrugginito e vetro trasparente, blocchi monolitici e guglie svettanti nel tuo cielo grigio. Non hai la maestosità imperiale di Parigi e nemmeno il brulicare multicolore di Londra.<br />
Ti hanno distrutta, ti hanno divisa, ti hanno violentata. Ma tu sei ancora in piedi, nonostante tutto. Come un vecchio pugile che mostra orgoglioso le sue mille cicatrici.Che sa perdonare ma non riesce, e non vuole, dimenticare.</p>
<p>(<strong>Miki TheQuick</strong>)</p>
<p><em>(pubblicato anche da </em><a href="http://www.corriere.it/solferino/severgnini/" target="new"><em>Italians</em></a><em> di Beppe Severgnini il 3 settembre 2005 con il titolo &#8220;Berlino, sinfonia di una grande città&#8221;).</em></div>
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