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dal 1995 la sregolatezza senza il genio

Immigrazione: istruzioni per l’uso

Posted on | novembre 29, 2009 | 1 Comment

Emigranti italiani a Nuova York (1900)

Emigranti italiani a Nuova York (1900)

Giacché l’individuo finisce per determinare strada facendo il suo percorso, accettando come successo, parziale realizzazione o totale fallimento il risultato della sua materiale esperienza di vita, si presume che nel medio periodo l’individuo stesso sia capace di conciliare le variabili ambientali con i suoi desideri, prendendo le decisioni opportune, per quanto radicali. Purtuttavia, può capitare che nel breve periodo alcuni consigli siano opportuni al fine di godere di un certo vantaggio dall’esperienza pregressa. Nel contesto di tale aggiustamento al breve periodo, ecco alcune banali suggestion per l’emigrante, per passare in modo piacevole i primi mesi, prima di essersi stabilizzato e avere acquisito dimestichezza con il nuovo mondo.

Primi movimenti. Accettate di buon grado l’invito a casa di qualcuno, purché ci siano le condizioni basiche di sicurezza (contatti di lavoro eccetera). Questo vi permetterà sempre incontri piacevoli o quanto meno il gioco varrà la candela, come nel mio caso il dormire con una tartarughina a Medellin o con un mezzo canadese vegano che ballava tango e faceva arti marziali in quel di Amherst. In generale, tuttavia, evitate di protrarla troppo a lungo. Abbandonatelo per trasferirvi, per un periodo, anche se breve, in motel o ostelli. Sfruttate al massimo questo periodo iniziale per conoscere la movida straniera, il tipo di turista medio, le sue aspirazioni, le sue storie pregresse. Una volta sistemati anche solo parzialmente, statevene alla larga – dal gruppo, non certo dai casi singoli, che possono essere interessanti e piacevoli – in genere è un ambiente che rientra nelle tre tipologie standard: a) papponi, turisti sessuali o sfattume; b) maratoneti del visitare, che arrivano a mettere crocette sulle guide di ciò che hanno visto e arriverebbero a prendere la metropolitana, uscendo e rientrando a  tutte le stazioni; c) multiculturalisti che vogliono vedere il trash di ogni aggregato umano rivalutandolo in chiave postmoderna (i peggiori).  Se potete non perdete tempo con le comitive di italiani, tendenzialmente rientrano sub a). Fiondatevi da subito nel lavoro o nello studio, vi aiuterà a maturare un senso di appartenenza al luogo in cui vivete, ma utlizzate i fine settimana per girare la città. DA SOLI, salvo luoghi che richiedono presenza di locali per questioni di sicurezza.

Alcolici. Iniziate a ubriacarvi con bevande del posto, abituerà il fegato e vi permetterà ricevere apprezzamento da parte di eventuali gruppi di leghisti locali. Certo la birra di banane non è una buona esperienza, ma ci si fa l’abitudine; più facile decisamente con l’aguardiente. Se avete una consistente resistenza alcolica, non bruciatevi subito le carte facendo le garette da 15 enni, “eccedete con moderazione”, nelle prime sbronze evitate di finire a limonare con dei cassoni della monnezza o di fare le capriole in mezzo alla pista. “Eccedere con moderazione” uguale brilli. Cercate di non vomitarvi addosso. Nemmeno una volta a casa. Non fate l’italianate di comprare il fumo il primo weekend.

Sigarette. Sarebbe meglio non fumare per questioni di reddito. Fumate con moderazione, assaggiate specialità locali. Se non fumate ma fumavate, chiedete a qualcuno del tabacco per rollarla, ma poi non fumatela: permane un aura di misteriosa inutilità e sospetto passato accidentato che fa sempre un po’ figo se ci sono radical chic in giro.

Amicizie e uscite. Occhio perchè qui vi giocate quasi tutto. NON inziate a uscire in maniera stabile con i colleghi di lavoro. Mantenete un basso profilo all’inizio per evitare che vi invitino. Qualora questo accada, accettate magari per l’aperitivo, ma poi inventatevi impegni: conferisce un’aura di impredicibilità che vi aiuterà a levarvi dalle palle i rompimaroni. Non fate i dementi in cerca di autenticità: NON si va a sentire salsa la prima settimana, men che meno flamenco il primo weekend. Tenete presente che in molti casi, tipo il flamenco, ci si rompe già alla seconda volta, ergo non bruciatevi le opportunità importanti.

Amicizie e uscite (II – continua). Passate le prime serate da soli, vagando per locali e sbevazzando, parlate con le cameriere e gli ubriaconi, mostratevi solidali verso i derelitti con i cani e il cellulare ultima moda, soprattutto tenete d’occhio i tamarri. Ho l’ardire di suggerire che il primo sabato sera venga speso perseguendo i tamarri. Il tamarro è un fondamentale punto di orientamento nella città, serve per classificare i luoghi dove porterete le persone che vi stanno sui coglioni e in seguito anche per classificare le persone sulla base del dove vi invitano.

Amicizie e uscite (III – fine). Le prime amicizie dovrebbero tendenzialmente essere due marxisti, un gay e una femminista. Attenzione, evitate nella maniera più assoluta combinazioni: mai farsi amici marxisti gay, state alla larga come la peste dalle femministe gay. [Entrambi vi accuseranno di tutto ciò che c'è di male nel mondo, inoltre è probabilissimo che nel giro di qualche anno si convertano e finiscano per organizzare family day.] I due marxisti vi serviranno per le prime sbronze: il vostro status di immigrante vi conferisce un certo diritto morale di ubriacarvi parlando dei dannati della terra. Fino a che non siete brilli giocate il ruolo del critico interno al paradigma, che solleva dubbi, essenzialmente basato sul marxismo eterodosso (personalmente ho una leggera preferenza per il terzomondista su quello francofortese che ho sempre trovato snob). Quando siete già brillo giocate un ruolo carvalhano di understatement coraggioso, in pratica sparate minchiate mentre loro discutono seriamente, ma fatelo con battute sagaci. Naturalmente questo presuppone che quando i vostri amici di università giocavano a biliardino voi foste assorti nel leggere “L’opera d’arte nell’epoca della sua reproducibilità tecnica” di Walter Benjamin. Se non è il vostro caso, potete sempre usare un certo eclettismo culturale, il che presuppone eclettismo culturale, cioè che mentre i vostri amici organizzavano il biliardino voi partecipavate, salvo recuperare per la lettura i momenti in cui eravate al bagno. [Se quando i vostri amici organizzavano il biliardino voi eravate in disco, allora non siete poi emigrati e probabilmente state raccogliendo firme per le navette e il diritto al futuro, ma in tal caso non vi serve affatto questo post]. L’amico gay vi serve per conoscere nelle viscere la città in cui vivete: ci sono tutta una serie di informazioni su strade, negozi, locali, ristoranti, offerte commerciali, trasporti, che non potrete reperire da nessun altra parte. Inoltre vi salverà la vita nei momenti più bui, tipo quando volete uscire nelle serate strambe, tipo il mercoledì sera. La femminista vi serve per stare up to date con il politicamente corretto, inoltre vi permette di avere conversazioni colte con i vostri amici filosofi e di scrivere post divertenti, ma soprattutto vi aiuterà a mantenere rispetto nei confronti della vostra ragazza.
Il gruppo nel suo congiunto, che con una certa enfasi chiameremo la banda dei quattro – con il quale in ogni caso non bisogna passare tutto il tempo – contribuirà a rafforzare l’impredecibilità di cui sopra. Se volete strafare fatevi amico anche un ragazzetto diciottenne e un ultracinquantenne, meglio se il primo cucina da dio e il secondo è un contadino intellettuale – ma è che io sono molto più avanti e per certe cose serve esperienza e audacia :-) Evitate amicizie strette, soprattutto all’inizio, con gente orgogliosamente del PDL (o il suo equivalente locale). Immaginatevi una discussione da sbronzi con un pidiellino: chiaramente insostenibile.

Luoghi pubblici. Fondamentale sapere dove sono le librerie, di cui dovete diventare un esperto per i momenti di shopping compulsivo da depressione incipiente. Fatevi attrarre dalla cucina locale e provate ristoranti. Evitate di infilarvi al terzo giorno in una pizzeria, già sapete che sarà un’inculata… Fate almeno una spesa grossa: detersivi, spugne, cosine dai cinesi per asciugare i piatti, scatolame. Niente vi fa sentire a casa come il fare la spesa grossa. Andate a correre. Sempre andare a correre soprattutto all’inizio. Sfogate rabbia nella corsa, se potete fate anche gli scatti in salita. Andate al cinema a vedere un kolossal holliwoodiano alle 4 del pomeriggio del sabato. Sarà uno squarcio sociologico sul grado di penetrazione dell’imperialismo yanquí nel paese in cui vivete.

Politica. Cercate da subito un’edicola, vi servirà. Scegliete con oculatezza il quotidiano: comprereste un cane che si chiama “cane”? No quindi non comprate un giornale che si chiama “giornale”. In tutti i paesi in cui sono stato El Mundo era sempre Immundo. Non comprate giornali economici al terzo giorno (non leggetelo in pubblico quantomeno): l’immigrato fresco che legge notizie economiche ha l’aria di uno cui venderesti un Credit Default Swap di AIG. Prendete posizione sulle questioni fondamentali ma mantendovi fondamentalmente moderati. Esempio: la questione dello Statuto catalano, affermate aria fritta del tipo “Va da sé che la questione affonda in questioni regionali che si intersecano con criticità politche, vedi l’ambiguità del PP. Allo stesso modo la sua analisi non può andare disgiunta da una riflessione profonda di come si interpreti una domanda di indipendenza regionale nel contesto non rifiutabile di integrazione europea”. Vi servirà a passare i primi due mesi, tempo in cui dovreste studiare a fondo tutte le questioni in ballo. Questo presume che poi per due mesi non partecipiate a gare di biliardino; se lo fate, passate i momenti sulla tazza del cesso per farvi un’idea sufficiente della questione e poi accampate un certo eclettismo culturale. Se andate in disco mentre i vostri amici giocano a biliardino, allora tornate a casa, pena il ritrovarvi tra un anno a raccogliere le firme per il diritto al futuro e le navette. Chissà come si dice navetta in spagnolo? E in inglese?

di Wolverine

Come son figo, con la mia Limo

Posted on | novembre 23, 2009 | 24 Comments

Limousine driver, big Cadillac car, rich and famous no matter who you are you are.
I seen a rock n roll rider, I seen a cinema star.
Won’t you to roll down the road, roll down the road, roll down the, roll down the road with me?

(James Taylor, Limousine Driver)

Aspramente rimbrottato, tacciato di marxismo e di frequentazioni salottiere puzza-sotto-il-naso che ignoravo (devo avere un sosia in circolazione), ho finalmente avuto a disposizione il testo completo dell’iniziativa piemontese “In discoteca con la Limousine”, lanciata dal consigliere regionale Toselli per affrontare la piaga degli incidenti. Lo trovate qui. La lamentela di Toselli riguardava, a parte le mie tendenze leniniste, il fatto che non avessi colto (ma non potevo: mi mancavano le notizie, c’era solo uno spot) il senso profondo né il valore della proposta, sbertucciando un’idea brillante per biechi interessi di partito (quale? Non ne ho uno. Anzi, se Toselli mi desse una mano a trovarlo…). Proposta che è spiegata così.

Immagina di andare in discoteca con un autista personale… di stare tutti insieme con il tuo gruppo durante il viaggio… di non doverti preoccupare per il parcheggio… di poterti divertire in sicurezza [...]

E fin qui direi che ci siamo capiti. Il testo è lo stesso dello spot attira-truzzi, con la variante del viaggiare tutti insieme. (Ma in quanti si può stare, in una Limo?)

[...] senza preoccuparti della stanchezza del viaggio di ritorno, della nebbia, del maltempo, dei controlli… Contro gli incidenti al ritorno dalla discoteca, le stragi del sabato sera, il rischio di incappare nei controlli con l’etilometro [...]

Mmmm. King Torik a parte (questa se la capite bene, sennò pazienza) non vi pare manchi qualcosa?

[...] l’unico rimedio immediato ed efficace è organizzare dei bus per il trasporto dei giovani.

Bus? Non erano Limousine? E “realizzare il sogno di diventare un Vip”, come diceva lo spot? Svanito sui sedili scomodi di un Iveco blu? Comunque: non vi pare che manchino un paio di cose e ce ne sia, invece, una di troppo? Urla la sua assenza il motivo principe per cui capitano gli incidenti nelle notti del weekend: molto più della stanchezza, della nebbia, del nervoso per non aver trovato parcheggio, della sirena degli sbirri che ti suona nelle orecchie fa, e lo sanno anche le pietre, lo sballo. L’alcol, prima di tutto. Canne, cocaina, pasticche in subordine (o combinate agli alcolici). Qualche tempo fa l’associazione amici della polizia stradale aveva fatto presente, una volta di più, che la distribuzione incontrollata di alcol risultava sempre una delle cause primarie degli incidenti del venerdì e del sabato sera. Perché nebbia, ghiaccio, sonno eccetera esistono anche di mercoledì e di giovedì. Solo che, stranamente, si muore a frotte solo di venerdì e di sabato. I ragazzi che tracannano gin tonic come gazzosa e poi guidano sono, certo, dei coglioni. Ma non per questo sarei incline a consegnare il premio Angelo dell’anno al proprietario del locale che lucra – con ricarichi spaventosi, peraltro - sui cocktail che vende a tutti: minorenni, diciottenni, pure agli zombie ubriachi marci che continuano imperterriti a ordinare al bancone o al tavolino. Però su alcol e droga non una parola, eh? E poi: perché  l’etilometro dev’essere presentato come un nemico? Se non hai bevuto non rischi niente. Se hai un tasso di 2,2 e vuoi guidare, invece, sei un perfetto deficiente, tanto più quando ancora l’ormone ggggiovane ti spinge a pestare sull’acceleratore perché ti fa sentire cool.

Per evitare che fra qualche mese ci troviamo a piangere altre vittime, chiediamo alla Provincia di Cuneo di organizzare – con l’utilizzo di parte di fondi regionale della legge 16 per le politiche giovanili – una rete di trasporto, allargata a tutto il territorio, compresi i centri minori, allestita appositamente per i giovani che desiderano frequentare le discoteche e i locali di ritrovo. Un servizio che è atteso da migliaia di genitori, che hanno il diritto di dormire tranquilli, ed è gradito dai giovani che possono divertirsi in libertà, senza preoccupazioni per il ritorno. In Provincia di Cuneo, che presenta purtroppo statistiche molto elevate di incidentalità, si potrebbe fare un investimento per verificare l’efficacia di questo sistema di trasporto, da ampliare poi alle altre Province.

Credo (non ne sono sicuro, nel testo mancano i riferimenti) che si faccia riferimento alla legge regionale 16 del 13 febbraio 1995, questa. Che è una legge di “coordinamento e sostegno delle attività a favore dei giovani”. Lo spirito della norma è quello di “prevenire e contrastare fenomeni di emarginazione e devianza” giovanili, di realizzare “scambi socio-culturali, in particolare con i Paesi della Comunita’ Europea” (con l’apostrofo, chiaramente: anche il legislatore regionale, come quello nazionale, ha tagliato la scuola dell’obbligo). Se la piaga da combattere è quella dell’alcolismo e della tossicodipendenza giovanile, quindi, tutto sommato ci potrebbe anche stare un intervento finanziato, benché la lettera della legge vada in una direzione diversa e l’interpretazione in questo senso della norma sia a dir poco stiracchiata. Infatti si dice che lo scopo principale è quello di coinvolgere i ragazzi nella vita sociale del loro territorio con l’obiettivo preferenziale dell’”adozione, da parte dei Comuni, della Carta della partecipazione dei giovani alla vita comunale e regionale“.  Su queste basi, invece, mi pare, diciamo così, un atto in spregio del rischio di figuracce arrischiarsi a sostenere che pagare la Limousine a chi, tra i giovani, vuole andare a sballarsi in discoteca possa rientrare nel progetto della legge. Anche perché, se così fosse, non si capisce perché non concedere lo stesso privilegio ai ragazzi che, senza toccare bottiglie e bicchieroni, al sabato sera in disco preferiscono il teatro o il cinema, magari fuori città, ma temono (qui sì) la nebbia, il ghiaccio e, magari, l’ubriacone che sfreccia in statale ai 16o all’ora. Perché pagare cinquanta chilometri di strada verso la discoteca e non verso un cinema, per chi abita nei centri minori? Il diritto alla tranquillità dei genitori dei discotecari, sempre che esista, vale più di quello di chi ha figli che non ballano musica tunz-tunz? Sicuramente spendono meno i secondi dei primi, questo sì. Poi è chiaro: ovvio che un padre e una madre abbiano paura che possa succedere qualcosa ai loro figli. Che novità. Ma esiste il dovere di rispettare la legge. Quindi di non mettersi alla guida in stato di ebbrezza né sotto l’effetto di sostanze psicotrope. Anzi, l’alcol no ma la droga è già vietata per legge, guida o non guida, se non in quantità da omeopatia. Io, poi, non mi reputerei tanto tranquillo se la Regione mi recapitasse a casa il figlio che si è fatto di ecstasy o che non riesce neanche a sfilarsi le scarpe tanto è cotto, o che appena sceso dalla Limousine corre a vomitare l’anima in bagno.

Inoltre puntiamo a educare i giovani al “bere consapevole”, con un uso misurato degli alcolici, e questo è il secondo obiettivo del programma di politiche giovanili che la Provincia deve mettere in atto. Chiediamo alla presidente della Provincia Gianna Gancia di unirsi al nostro progetto, coinvolgendo i principali Comuni della Granda e le aziende di trasporto pubblico. Aderisci anche tu!

Ah, “inoltre”. Semmai questo dovrebbe essere il primo obiettivo. Però è messo lì a mo’ di consiglio, di raccomandazione lasciata alla Provincia. E chi ce li mette i soldi per educare i giovanotti al non alcolismo? Qualcuno pensa che basti dire “non bevete?” I ragazzi sono tendenzialmente delle teste di capra, e lo dice un ex ragazzo testa di capra. Io bevevo, a volte pure parecchio, e per fortuna quando bevevo andavo più piano del solito e vivevo vicino alla discoteca. Mai messo sotto neanche un topolino. Ma i proprietari di discoteche si arricchiscono consapevolmente proprio sulla coglionaggine adolescenziale: perché se adesso ho trent’anni e apprezzo il terroir del pinot nero, a diciotto la maggior parte di noi chiedeva al barista un “cocktail che faccia dei gradi” (ne ricordo alcuni: l’invisibile, il B52 e pure un negroni modificato che fumava, tanto era pesante). Schifezze per il fegato, botte in testa alla lucidità. I buttafuori intervenivano solo se i più ubriachi diventavano aggressivi. Se erano ubriachi e basta, chissenefrega. Anzi: meglio, voleva dire che si erano svuotati il portafoglio alla cassa.

I ragazzi vogliono le navette e non il test dell’alcol? Bene: se le paghino, visto che non battono ciglio per sborsare i 20 euro di un coca-Havana. E che i gestori rinuncino a un po’ del loro guadagno per finanziare il trasporto, se davvero ci tengono alla salute dei loro clienti. Magari chiedano ai ragazzi di dichiarare il guidatore, facendolo entrare gratis, guidatore che a fine serata esce senza pagare solo se soffia nel tubetto del tester e risulta sobrio. O mettano un’autotassa sulla navetta: ogni X euro, un tot per il fondo. Idee come altre, eh. Solo che toccano gli interessi di chi si fa i soldi sulle sbronze adolescenziali, sapendo che se agisse da solo, per un sussulto di coscienza o per spirito civico, rischierebbe di vedersi il locale svuotato (noi avevamo il “barista preferito”, tale Italo dell’XL di Alba, che ci riempiva il bicchiere aggratis quando scolavamo il martini bianco tutto d’un fiato: ci avesse negato l’alcol avremmo cambiato o barista o locale). Farei, per esempio, una campagna di presenza coatta in pronto soccorso per vedere come ci si riduce se, ai 64 all’ora, si batte contro un muro. O se ti entra un cofano nella portiera ai 50 all’ora. O se cozzi contro un palo ai 29 all’ora. Perché a scuola guida, così come non ti insegnano a controsterzare né a evitare gli ostacoli, non ti fanno neanche vedere quanto siano fragili i nostri abitacoli e i nostri corpi. Sono velocità ridicole, quando le fai ti pare di essere fermo: ma tanti non si rendono conto di cosa possa capitare anche andando così… piano.

  Morale: non aderisco. Ci pensino i bazzicatori di discoteche e i proprietari dei locali. Che si finanzino loro i trasporti, soprattutto se davvero si parla di Limousine (ma sapete quanto costano? Stiamo scherzando?) Tendo a ritenere i frequentatori di disco non dei poveri spiantati (perché entrare costa parecchio, bere costa tanto, vestirsi cool ancora di più), quindi li si può aiutare a organizzare un servizio di trasporto ma se lo devono pagare loro, o glielo devono pagare quelli che beneficiano del loro sballo. Non io.

Nel frattempo è arrivata la seconda puntata della campagna. Ero stato informato del fatto che lo spot dei truzzi e della Limousine fosse solo una parte della incisiva campagna pubblicitaria per la sicurezza delle strade. Che la seconda parte sarebbe stata decisamente diversa, con un altro taglio, rivolta a tutti. Questo spot concentra gli sforzi dell’iniziativa “Sicurezza stradale”, ne mette in luce le caratteristiche pregnanti. Spiega cosa fare e come farlo, pane al pane, evidenziando i problemi e indicando la soluzione alle morti sulle nostre strade, e non solo quelle del fine settimana. Pronti?


 

E qui mi taccio. Sennò dite che sono cattivo.

Vieni qui, in Limousine

Posted on | novembre 11, 2009 | 27 Comments

Lo ripetevo da bambino in classe: su qui e qua l'accento non va.

Lo ripetevo da bambino in classe: su qui e qua l'accento non va.

Di chi è la colpa? Della televisione che azzera la conoscenza? Di una maestra elementare che si limava le unghie invece di insegnare la grammatica? Di una concessionaria di pubblicità pestifera (o comunista, che è lo stesso)? Non lo so. Ma qualcuno mi deve rimborsare il caffè che m’è andato di traverso girando pagina della Stampa e trovando lo spot che vedete qui sopra. Al cospetto dell’agghiacciante “quì” passa quasi sotto silenzio “città” scritto con l’apostrofo, sei righe più sotto. Chi ha comprato lo spazio pubblicitario è un consigliere regionale piemontese, Francesco Toselli. Leggo, nella sua biografia, che è nato nel 1963 e si è diplomato perito capotecnico nel 1986/87, a 24 anni. Toselli, apprendo sempre dal sito, è  figlio di una nota famiglia imprenditrice nel settore del divertimento: hanno una discoteca, un parco divertimenti con una megapiscina, e pure una televisione locale. Nella gallery lo trovo avvinghiato a una gnocca epocale, “la ragazza Peroni“. Cercando di sopportare la forma (che significherà mai “divertirsi in sicurezza è nelle nostre mani“?) provo a inquadrare  la sostanza dello spot a pagamento. Che è, se non ho capito male, una raccolta di firme per “la sicurezza dei giovani e la tranquillità delle famiglie”. Bello, mi sembra una buona idea. Ma di cosa si tratterà? Di un corso di educazione civica? Di passare un sabato sera al pronto soccorso per vedere come ci si riduce se, da ubriachi e/o impasticcati e/o fatti di coca ci si stampa contro un palo? Non si capisce.

E allora ci provo, a capirne di più, cliccando sulla pagina dedicata al “progetto promosso dal consigliere regionale Francesco Toselli”. Ma non trovo niente, a parte un modulo in bianco che dovrei firmare per adesione e rispedirgli senza, però, che qualcuno mi abbia spiegato COSA sia questo benedetto progetto per salvare i giovani. Attenzione, però. C’è uno spot. E allora vai di spot: sono sicuro che il filmato chiarirà tutto.

Si vede una limousine bianca che viaggia. E una voce fuori campo attacca: “Immagina di andare in discoteca con un autista personale. Di non dover perdere tempo per il parcheggio”. Oddio. Ma è questo lo spot sulla sicurezza dei nostri giovani, sui genitori sereni eccetera eccetera? Forse ho sbagliato a cliccare. “Divertirsi in sicurezza, senza preoccuparsi del viaggio di ritorno, del maltempo, dei controlli” (e qui si vedono delle sirene, non so se ambulanza o polizia). Aaaa, ecco!  Adesso comincio a raccapezzarmi. Quindi il problema del sabato sera, secondo il consigliere regionale che è anche membro della famiglia proprietaria di una discoteca enorme, non è quello di evitare che i ragazzi vadano a rintronarsi di musica tunz-tunz tracannando superalcolici. L’importante è dare loro il passaggio a casa, così eviti le code, la pioggia, la nebbia e pure ’sti dannati controlli. E poi, in effetti, è vero: una piaga del sabato sera è il parcheggio davanti alla discoteca, che non si trova mai. Giusto intervenire. Firmo anche io. “Diventare un Vip non è un sogno”, prosegue lo spot. Ho sentito bene? Un attimo, che riavvolgo. “Diventare un Vip non è un sogno” (e si vedono dei cartoni animati vestiti da giovani truzzi che ballano a tempo). Lo dice veramente. Diventare un Vip. Ma che diavolo c’entra diventare un Vip con lo spot sulla sicurezza? Mah. Andiamo avanti. “Il consigliere regionale Francesco Toselli ha individuato le risorse per farlo realtà” (e complimentoni per l’italiano, “farlo realtà”, certo). Aspetta, che adesso inizio a capire davvero. Diventare un Vip… la limousine… No, dai, non ci posso credere. E quali sarebbero le risorse con cui risolvere una volta per tutte la piaga del disagio giovanile (cioè mandare i ragazzi, per la gioia delle famiglie e dei proprietari di locali notturni, a riempire le piste da ballo con un macchinone da trecentomila euro che li riporta a casa a fine nottata?) Quelle pubbliche? Non si sa. Lo spot non lo dice. In compenso chiude così: “Partecipa anche tu alla raccolta firme nella tua città, per la sicurezza dei nostri giovani e la serenità delle famiglie. Toselli è qui” (l’accento, mi spiace, non ce la faccio a metterlo).

Del resto questa storia della navetta trasporta-ciucchi non mi è nuova. Ne avevano parlato giovani candidati del Pdl nelle scorse elezioni comunali. Nel frattempo la navetta è diventata una limousine ma si sa, il Popolo della Libertà è più che altro il popolo blagueur della libertà. Vuoi mettere una Lincoln Town Car da nove metri contro un furgone Ducato Maxi? La campagna stampa dei Berluscanti locali, però, è disallineata: mentre Toselli lancia la limousine in discoteca, il giovane Bolla intinge la penna nel curaro per criticare i giudici di Strasburgo, rei di aver sentenziato contro il crocifisso. In effetti si avvertiva profondamente il bisogno del suo parere in merito. Leggo dal Corriere di Alba: “Ai nostri giovani servono simboli a cui aggrapparsi ed a cui agganciare una certa serie di valori di cui non si può fare a meno”. Mioddio. Aggrapparsi al crocifisso? Ma non ne ha già patite a sufficienza, nostro Signore? Adesso deve pure sostenere il peso di un adepto di Silvio appeso alle caviglie? E poi: “agganciare una certa serie di valori”. Sangue gelato scorre nelle vene: sono costretto a sospettare che l’ispiratore comune di certi testi sia l’inarrivabile ermeneuta Giovannni Trapattoni.

 Vado a bermi tre bicchierate di grappa. Se poi devo uscire chiamo la Limousine, e lascio il conto da pagare a Toselli. O a Bolla. O a entrambi.

Quella nota non identificata

Posted on | novembre 9, 2009 | 5 Comments

Carlo Castellengo. Non è sindaco.

Carlo Castellengo. Non è sindaco.

Andò così: sicurissimi di vincere, per rendere le elezioni comunali più interessanti di un’amichevole tra Juventus e Afragolese gli albesi della libertà candidarono, in primavera, un commercialista settantenne, Carlo Castellengo. Forte di un pregio: non piaceva a nessuno. Per niente ai pochi antiberlusconiani (e fin qui vabbè). Il problema è che suscitava simpatia pari a quella di un Littorio (non è un lapsus) Feltri che t’accompagna in gita al lago anche in chi aveva sempre votato centrodestra. E così Castellengo finì al ballottaggio contro il candidato del Pd Marello. Spaventato dall’emorragia di voti (la sua gente, in segno di sommo spregio, votò le sue liste al primo turno ma in parte l’altro candidato) i Castellengos si inventarono una mossa della disperazione: in sostanza invitarono a votare Carlo non per convinzione ma perché se il popolo avesse eletto sindaco l’altro, beh, ci sarebbe stato un primo cittadino rosso in un consiglio comunale a maggioranza blu. E questo perché, secondo loro, la legge andava interpretata nel senso a loro favorevole nei casi in cui un candidato non avesse ottenuto anche la maggioranza dei voti validi delle sue liste. Avesse vinto Marello si sarebbe trovato nella scomoda e peritura posizione dell’anatra zoppa. Lo sosteneva anche l’ufficio stampa del Comune, lesto a  pubblicare un articoletto sul sito ufficiale del municipio per confermare la tesi di Castellengo (a proposito: peccato ci si fosse dimenticati di specificare agli elettori che quell’ufficio stampa stesse agendo non da giudice ma voce della maggioranza).

Morale? La gente se ne fregò. Pur di non avere Castellengo sindaco, alla seconda chiamata votò in massa Marello. I berlusconesi al gianduja, va detto, la presero malissimo. Io, per mesi, non vidi Castellengos in circolazione, in specie gli illuminati strateghi che lo lasciarono solo a combattere sulla linea del Piave, a perdere un’elezione già vinta. Ma ricordo ancora la campagna di Carlo e dei suoi: la sinistra mente! Se li votate non ci sarà la governabilità! E poi la chicca: pure il Ministero dell’Interno ci dà ragione! Qui occorre dire che Alba, soprattutto tra gli over 50, è ancora sufficientemente arretrata da temere l’autorità in sé: se lo dice il Ministero allora è vero (come se vedo l’auto dei vigili urbani mi sento un po’ in imbarazzo, ecco, o se entro in una chiesa sconsacrata - scena cui ho assistito ieri alla Cappella del barolo di La Morra - mi faccio ugualmente il segno della croce; o come la mia vicina, che quando parla del suo padrone di casa lo chiama con deferenza Il Geometra manco fosse un titolo nobiliare o un riconoscimento accademico di quelli riservati a Carlo Rubbia o a Tullio Regge). Il Ministero, dicevo. Il sito di Carlo Castellengo, tuttora in linea, dice così:

La sinistra, come sempre (ebbè, certo, sta ancora digerendo i bambini, figurati se non bara alle elezioni) cerca anche in questo campo di confutare la verità, ma la legge in questo tema è chiara, come confermato dal Ministero dell’Interno con la sua nota del 11 giugno (DEL UNDICI GIUGNO? Ma rileggere, prima di pubblicare?), che di seguito riportiamo.

La non-meglio-precisata nota del Ministero. Chi la compilò?

La non-meglio-precisata nota del Ministero. Chi la compilò?

Già ai tempi, quella noterella ‘confermativa’ mi pareva un po’ buttata lì. Con quel logo un po’ raffazzonato, quel linguaggio tecnico-zoppicante, quel font strano. Boh. Forse Castellengo aveva soltanto il fax difettoso. Poi però succede che Castellengo perde e che il supposto esperto del Ministero non ci indovina proprio: l’ufficio elettorale dà la maggioranza a Marello. Doppia fregatura per Castellengo. Che però, smaltite le botte, torna alla carica e fa ricorso al Tar. Vuole la maggioranza. Il ricorso glielo firmano i Popolani della Libertà: il sindaco uscente (e pure avvocato) Giuseppe Rossetto, Roberto Cerrato (un musicista della libertà), Giovanni Malcotti (un farmacista della libertà) e Mariella Bottallo (una commercialista della libertà) . E nel ricorso citano pure ’sta benedetta nota.

Sorpresa: il Tar li manda a casa con le pive nel sacco. Lasciamo stare i commenti di genetica berlusconica, come quelli senatore Zanoletti, per cui se perdi è sempre colpa dell’arbitro. Qui la cosa interessante è proprio la nota del ministero. Perché se si legge la sentenza per intero si scopre che quella nota, dal Tar, come minimo è messa in discussione. Ma non nel contenuto. Nella sua esistenza. I Castellengos hanno messo in mezzo, come ‘interessati’, anche il Ministero dell’Interno e l’ufficio elettorale. Bene: nella sentenza entrambi vengono estromessi, perché in sostanza il Tar spiega che al Ministero non fanno consulenza elettorale, ma organizzano soltanto l’apparato per le elezioni. Quindi questa nota non si capisce bene cosa debba essere, giacché Castellengo l’ha chiesta alla persona sbagliata (il Ministero) e poi ha schiaffato la risposta su Internet e tappezzato la città avvertendo che il Ministero sosteneva che bla bla e che quindi era assolutamente necessario votare per lui. Il voto utile col timbro degli Interni, insomma. Quindi c’è una nota che è stata chiesta a chi non ha autorità per decidere sulla questione e che non ha alcun valore, né giuridico, né orientativo, né interpretativo. Niente. Però questa nota viene prodotta e pubblicizzata ugualmente dal prode Carlo, manco fosse la prova provata che Marello non andasse votato per questioni di utilità.

La nota, poi, come detto, viene del tutto disattesa dal Tar. Ma non solo: si scopre che i ricorrenti non l’hanno allegata col suo numero, la data eccetera. No: è stata messa agli atti come nota ‘anonima’, così, come foglietto volante, coll’intestazione del Ministero ma senza i riferimenti necessari per inquadrarla, tanto che il Tar la liquida così:

[...] laddove il parere contrasta l’orientamento interpretativo fatto proprio dal Ministero dell’Interno (in una non meglio identificata nota), i ricorrenti ribattono che, al contrario, tale orientamento “è del tutto pertinente ed è altresì corretto”.

Ma come sarebbe a dire non meglio identificata? Il Tar non l’ha riconosciuta? I ricorrenti si sono dimenticati di portare le prove che la nota esistesse veramente? Ma che modo è di allegare una nota ministeriale? Oh, sia chiaro: non ho alcun dubbio sull’ontologica sincerità del movimento pidiellino albese. Le menzogne sono arte e natura dei komunisti albesi. Però su questa nota-non-meglio-precisata (cit.) la stampa locale avrebbe potuto (dovuto?) indagare. Ovviamente non è uscita una riga. Non si sono lesinate le righe, invece, sull’ultima moda della Seconda Repubblica: se la partita finisce male, prenditela con l’arbitro. “Come parlamentare sono estremamente preoccupato che i giudici, invece di applicare le leggi, attraverso una interpretazione creativa, le trasformino, perché così invadono il campo del Parlamento e fanno perdere ai cittadini la certezza del diritto”. Parole di grande rigore quelle di Zanoletti, per anni senatore dell’Udc. Il partito che ha candidato il leggendario Mimmo Mele, Totò Cuffaro, Calogero Mannino, Vito Bonsignore, Aldo Patriciello, Giampiero Catone, Vittorio Adolfo, Francesco Saverio Romano e il piemontesissimo Teresio Delfino. Cos’hanno, costoro, in comune? Scopritelo da soli.  

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